La volta e le stelle


Chi arrivando da nord si dirige verso il centro, attraversata porta San Donato, può incontrare un fiume di studenti che vanno e vengono incessanti dall’università, e sentire un teatro suonare Beethoven come colonna sonora per gruppi di ragazzi sparsi in piazza, che ridono o fissano il nulla assieme agli spacciatori di droga e di bici. Se poi, sotto i portici medievali, portandosi nelle narici un odore indistinto di marijuana e birra e bruma serale, volesse consolarsi grazie all’arte, del caos incomprensibile della vita moderna, potrebbe entrare a Palazzo Magnani, e trovarsi a districare la fitta rete di relazioni che lega un affresco del ‘500 un buco nero, una piattaforma, sospesa, un interferometro, una pallina da tennis.

L’idea nasce semplice: la curatrice, Maura Pozzati, immagina una struttura che permetta al visitatore di Palazzo Magnani di avvicinarsi al soffitto e accostarsi agli affreschi dei fratelli Carracci. Annullando la distanza, imposta dalle proporzioni magniloquenti del salone d’onore, si muta il rapporto con l’opera: lo sguardo incombente dall’alto degli antichi romani raffigurati, diventa un dialogo diretto e personale, un faccia a faccia che trasforma delle forme vaghe, percepite quasi come un ornamento, in pennellate nitide capaci di raccontarsi. La coscienza che quest’occasione è solo temporanea, aggiunge poi una tensione nello spettatore, un’avidità di vedere, ricordare, fotografare.

8 - The Grandfather_platform_wilson_tour

Superato l’atrio, percorso lo scalone d’onore e attesa la fila, ci si trova davanti ad uno spettacolo incongruo: una selva di reticoli d’acciaio ha invaso il salone intonacato. La struttura di cui non si vede la cima si presenta nuda per ciò che è, un’impalcatura, una macchina per osservare. Ma è proprio questo essere un oggetto incongruo e dissonante nel palazzo cinquecentesco, che gli consente di essere mediatore fra i due mondi. È l’artista stesso, l’autore di The Grandfather Platform Luca Pozzi, a fondare la sua opera sulla mediazione: ”In fisica esistono due tipi di particelle: quelle che costituiscono la materia e quelle che trasferiscono l’informazione. Io sono attratto dallo studio della seconda categoria. Per questo mi definisco mediatore culturale”

Un buco nero che deforma lo spazio-tempo e la percezione che ne abbiamo, che attira a sé sonde spaziali del passato e altre che attendono ancora di partire, questo è raffigurato sul piano della struttura. È un cielo stellato che ribalta la percezione del sopra e del sotto, una breve vertigine che interrompe la contemplazione degli affreschi, che impone di chiedersi che rapporto ci sia fra le immagini della fondazione di Roma e quelle dello spazio profondo. Se poi il visitatore, scaricata l’apposita app, vede apparire sullo schermo del suo smartphone, una serie di palline da tennis sovrapposte ai dipinti, gli sembrerà di vivere in una realtà aumentata in cui eventi ed esperienze e oggetti distanti fra loro si intrecciano, e più appaiono lontani e sconnessi più sono legati. Sta a lui scegliere se immergersi in questa rete di significati e domande col rischio di rimanerci impigliato o godersi gli affreschi.

di Alessandro Mintrone

3 - The Grandfather Platform (tappeto serigrafato da collage digitale)

I LINGUAGGI DEI MEDIA CON LINUS E MARINO SINIBALDI

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