Valle del Belice, anatomia della tragedia


DSC_0273La valle del Belice, vasto bacino idrografico dalla spiccata morfologia collinare tra le province di Palermo, Trapani e Agrigento, viene ad oggi ricordata per il violento terremoto di cui fu teatro al termine degli anni sessanta. Elevato fu il numero delle vittime e degli sfollati, così come quello dei paesi completamente rasi al suolo e degli edifici gravemente danneggiati nelle restanti cittadine, ma ciò che suscitò maggiore scandalo fu il forte ritardo con cui la ricostruzione dell’area venne intrapresa, nonostante l’enorme quantità di fondi messa a disposizione.

Tra le comunità maggiormente devastate del territorio, quella di Gibellina in particolare fu interessata da un peculiare processo di rinascita. Ludovico Corrao, sindaco della cittadina, interpretò la tragicità dell’evento come occasione di riscatto sociale per la comunità, riedificandola ad una ventina di chilometri di distanza dal sito precedente, in prossimità della confluenza autostradale.
Il volto di quella che oggi conosciamo come Gibellina Nuova venne inoltre plasmato da artisti ed architetti che accolsero l’invito del primo cittadino a contribuire con la propria arte a rendere più umano ed attrattivo il centro abitato.

Nel territorio di Gibellina Vecchia, nella seconda metà degli anni ottanta, Alberto Burri decise invece di realizzare un monumento alla tragedia di cui tale luogo era stato testimone. Utilizzando le macerie che ancora non erano state rimosse dall’area e compattandole tramite armatura e cemento bianco, l’artista diede vita ad un suggestivo insieme di blocchi emergenti dal terreno, le cui ampie fenditure, dai due ai tre metri di larghezza, ripercorrono vie e vicoli della vecchia città.
Tale opera, la quale si proponeva di congelare la memoria del sito tramite il mantenimento del suo impianto urbanistico, fu lasciata per un terzo incompiuta e portata a termine soltanto nel 2015. A causa della mancanza di fondi per la manutenzione, la parte realizzata in antecedenza presenta attualmente un forte contrasto con quella completata negli ultimi anni, rimandando così ulteriormente alla contrapposizione tra Gibellina Vecchia e Nuova.

Gibellina Nuova, costruita tra gli anni settanta e ottanta, presenta infatti una pianta alquanto dispersiva, in forte contrasto con il vecchio paesino sulla collina. Le strade, ampie una quindicina di metri, non convergono verso un centro specifico ma si disperdono verso l’esterno e i numerosi spazi di parcheggio rimangono in gran parte inutilizzati. Il sistema delle piazze, dal progetto di Franco Purini e Laura Thermes, segue uno sviluppo lineare pluricentrico, accentuando la mancanza di organicità dell’abitato.
La città si presenta di fatto disabitata, nessuno passeggia per le sue strade, o si incontra nei pochi bar e punti di ristoro. L’atmosfera surreale del luogo è amplificata inoltre dal carattere metafisico di gran parte degli edifici pubblici in esso realizzati. La chiesa madre di Ludovico Quaroni si distacca fortemente dalla tradizione locale per tipologia, forme e materiali, ergendosi su una collina ai margini dell’agglomerato urbano tramite un blocco in pietra di forma rettangolare sormontato gigantesca sfera bianca, centro simbolico dell’edificio. I Giardini segreti ed il Palazzo di Lorenzo di Francesco Venezia contribuiscono nella creazione di questa atmosfera al di fuori dello spazio e tempo che la circondano e si presentano come luoghi completamente inutilizzati dalla comunità, in cui solo i turisti incuriositi decidono di avventurarsi.

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Nella colline circostanti il centro di Gibellina Nuova, nella contrada Salinella, verso la fine degli anni ottanta fu portato a termine un altro intervento per il recupero delle Case di Stefano, un complesso a doppia corte di un’antica masseria, secondo il progetto di Roberto Collovà, Marcella Aprile e Teresa La Rocca. Il fabbricato venne ripristinato rispettando l’architettura e lo stile originari, adattando alcune parti alle esigenze del territorio, caratterizzato da un terreno in forte pendenza, ed alla nuova destinazione d’uso quale centro culturale ed artistico.
L’edificio riveste ad oggi un forte significato per il territorio, a causa delle Orestiadi, un’iniziativa culturale per la rinascita del territorio che ha luogo da oltre quarant’anni ogni estate in questa sede caratterizzata da una forte misticità, per lo stretto legame con il territorio e le sue tradizioni. Sul fondo dell’alta corte in ciottolato spicca la scultura di Mimmo Paladino ‘’Montagna di Sale’’ realizzata in cemento, vetroresina e pietrisco, da cui emergono le figure di cavalli in legno in numerose posizioni. Tale opera nacque originariamente per la scenografia della pièce teatrale ‘’La sposa di Messina’’ di Friedrich Schiller ed fu in seguito riprodotta a Napoli in Piazza del Plebiscito e a Milano in Piazza del Duomo. Il sale si presenta come un deciso richiamo all’aridità del luogo ed inghiottisce i cavalli, richiamando all’atmosfera della catastrofe ed alla tragedia del terremoto.

Molto diverso invece è il caso della città di Salemi, fortemente danneggiata dal sisma ma non completamente distrutta, che ha subito quindi un intervento diretto e parziale, in particolar modo in alcune aree del centro storico.
Nella piazza Alicia, la piazza principale, Alvaro Siza e Roberto Collovà andarono alla ricerca di un intervento minimo su ciò che era sopravvissuto al sisma, conferendo particolare significato all’accaduto ed al contempo reinterpretando tale trasformazione in maniera urbana. L’intervento sulla Chiesa Madre fu infatti minimo, tramite il trattamento delle rimanenti rovine dissezionate in particolari punti, rivelando l’anatomia di fondo della costruzione, la rimozione degli stucchi e l’uso libero di alcune pietre recuperate in altri punti strategici della piazza, secondo la necessità nella costruzione. Delle colonne furono lasciati esclusivamente i basamenti, ad eccezione di due di esse, volte a ricostruire determinate percezioni urbane da alcune strade confluenti nella piazza. Attraversandola si prende atto della trasformazione avvenuta, ciò che prima rappresentava l’interno della chiesa è ora esterno e si pone come ampliamento di questo centro nevralgico della comunità, affacciandosi sull’adiacente castello svevo.

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Nell’area dell’antico quartiere ebraico Marcella Aprile, Francesco Venezia e Roberto Collovà progettarono invece il teatro all’aperto. Tale struttura si presenta come una scatola incastrata nel terreno, i cui bordi furono realizzati seguendo l’esistente già confinato delle strade e bordi di edifici distrutti. La gradinata interna e la zona dell’orchestra e della scena sono in pietra calcarea bianca, mentre l’esterno è costituito da blocchi di pietra tufacea. Tale luogo dal forte impatto scenico appare oggi in disuso, nonostante la posizione privilegiata all’interno della cittadina e la vista su colline e campagne circostanti.

di Elena Bresciani

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