Aldo Rossi: Un racconto fotografico


Il progetto per il nuovo cimitero di Modena ha origine da un concorso indetto dal comune nel 1970 per l’ampliamento del complesso monumentale ottocentesco di San Cataldo al quale partecipano più di cinquanta gruppi di progettazione. Concorso questo, che permane come  fatto più unico che raro nella storia dell’architettura moderna soprattutto per il connubio fra la notevole scala dell’intervento e la natura delicata, sotto molteplici aspetti, del tema proposto ai progettisti.

Il progetto firmato da Rossi e Braghieri viene decretato vincitore dalla giuria nel 1971 ed apre la strada ad una lunga stagione di opere e di successi professionali durante tutto il corso degli anni ’70 fra i quali è doveroso ricordare il Teatro del mondo, realizzato a Venezia nel 1979 e il progetto per la casa dello studente di Chieti del 1976.

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Il cimitero è concepito dall’architetto come una sorta di “città analoga” scandita da forme primitive e metafisiche, rigorosamente geometriche e indifferenti a qualsiasi implicazione costruttiva, un luogo nel quale il contatto con la realtà è mediato, se non escluso, dall’irrigidimento di ogni movimento vitale.

L’origine formale e la forza evocativa degli elementi del progetto sono da ricercarsi principalmente nell’analogia ripresa da Rossi, ed espressa dall’arte funeraria etrusca e romana, fra la morte e l’idea del lavoro abbandonato, della casa incompiuta.

Quest’idea da vita, in una scala che riprende quella monumentale del cimitero ottocentesco adiacente, a spazi analoghi a quelli di un’abitazione sia nella tipologia che nella costituzione: Corridoi rettilinei, spazi porticati su più livelli sia centrali che perimetrali.

Gli spazi perimetrali, detti comunemente colombari, sono disposti su tre piani e sono realizzati in blocchi prefabbricati in cemento lasciato a vista. La copertura è caratterizzata da una lamiera pre-verniciata di colore celeste sostenuta da capriate in acciaio. Ai lati dei corridoi sono disposte, secondo una matrice di forma quadrangolare, le tombe, tutte di uguale dimensione. Al centro del lotto rettangolare che ospita il progetto sono collocati gli ossari con successione regolare inscritta in un triangolo a formare una sorta di “spina dorsale” formata da parallelepipedi di diverse lunghezze ed altezze come fulcro della composizione. La progressione delle dimensioni in pianta procede in senso contrario a quella in altezza ma lungo la stessa direzione: L’elemento più lungo è quello più basso e quello più corto è quello più alto.

Agli estremi della spina centrale, racchiusa su tre lati dai primi due elementi che si allungano oltre la base del triangolo e lo circondano da tre lati, si trovano due elementi cardine rappresentati da due forme pure: Un tronco di cono e un cubo.

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La costruzione cubica raccoglie, all’interno di un volume aspro e scavato da aperture senza serramenti, i resti dei morti in guerra e quelli delle salme trasferite dal vecchio cimitero. Essa, all’interno della foresta delle simbologie del progetto, rappresenta una casa abbandonata e dunque incompiuta.

Al lato opposto, il tronco di cono che sovrasta la fossa comune è unito al percorso della spina degli ossari su due livelli e ne rappresenta una sorta di conclusione. Metafora della ciminiera di una fabbrica abbandonata, è privo di simboli di qualsiasi tipo ed è pensato come “chiesa di tutte le religioni”, il luogo in cui si svolgono cerimonie civili e religiose di carattere commemorativo.

Nella fossa comune si trovano i resti dei morti abbandonati, i morti i cui legami si sono dissolti nel tempo, persone uscite dagli ospizi, dagli ospedali, dalle carceri. A questi oppressi, il complesso architettonico e la città, restituiscono il monumento più alto.

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Oltre il sentimento privato del lutto e del rimorso, Rossi sostiene che l’architettura del cimitero debba e possa esprimere solo gli aspetti civili di tale sentimento e che dunque debba porsi di fronte al visitatore come fatto tecnico rigoroso ed usare i propri elementi in maniera chiara ed esplicita allo stesso modo dei grandi cimiteri neoclassici.

L’insieme degli edifici del nuovo cimitero, tutt’ora in fase di realizzazione, si configura come un vero e proprio complesso urbano all’interno del quale il rapporto privato con la morte ritorna ad essere il rapporto civile con l’istituzione. Il rapporto con i monumenti contenuti al suo interno è analogo a quello che esiste nelle città moderne tra la vita e la fabbrica. Il pensiero di Rossi si traduce a Modena in uno spazio dal carattere monumentale ed evocativo, che al di la delle impressioni individuali, lega il visitatore alla dimensione collettiva della memoria e del raccoglimento di fronte ad una delle questioni più complesse, forse la più delicata ed insondabile, che da sempre caratterizza l’esistenza umana: Quella della fine della vita.

di Leopoldo Ferrari

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