Monumento urbano


Decisi di fare una passeggiata. Avrei impiegato certamente meno di mezz’ora per raggiungere il posto. Ero diretta verso la zona nord-est di Milano, in particolare nella fascia di confine tra la periferia del quartiere Garibaldi e alcuni manufatti come il Cimitero Monumentale. Scelsi di percorrere quella che Luca Molinari definisce la spina urbana virtuosa  arricchita da  spazi pubblici evoluti, luoghi per la cultura, il commercio e il cibo, che s’inanellano lungo una dorsale dominante per la città del prossimo futuro, partendo dalla stazione centrale per arrivare a Porta Volta, un tempo fortificazione di passaggio all’interno dei bastioni spagnoli ma distrutta all’incirca nel 1570.

fronte-corto-fondazione

In quel punto, con l’abbattimento delle mura spagnole, si era creata una porzione urbana priva di identità e per un’estensione totale di circa 15 mila metri quadri. Proprio in questo spazio, nel novembre 2014 in una cerimonia simbolica è stata posta la prima pietra del progetto “Feltrinelli per Porta Volta” firmato Herzog & de Meuron e raccontato da loro stessi come una porta urbis integrata nel sistema delle vecchie mura tra Porta Volta e Porta Garibaldi. La nuova architettura, lunga e stretta, dove il tetto inclinato diventa un tutt’uno con la facciata dell’edificio, si sviluppa longitudinalmente per 180 metri di lunghezza per 32 metri di altezza.

Arrivando da Via Pasubio notai come la strada fosse poco equilibrata, infatti il costruito era principalmente da un lato solo; in risposta all’esigenza di armonizzarla o quantomeno completarla, vennero realizzati i due edifici di proprietà di Feltrinelli, che ospitano appunto la Fondazione, una biblioteca, gli archivi, sale polifunzionali, una libreria, oltre a negozi e uffici e mantengono la stessa altezza di gronda delle architetture circostanti estendendosi fino al trafficato crocevia di piazzale Baiamonti. Poco prima di oltrepassare piazza XXV Aprile, allungando lo sguardo, si riesce già a scorgere sullo sfondo la facciata corta dell’edificio, che ad una prima impressione ricorda il fronte dei tipici casolari lombardi dal tetto a falde ma al tempo stesso trasmette un’idea di modernità nel riprendere i caratteri delle serre ottocentesche e nel riflettere discretamente i palazzi attorno. Man mano che ci si avvicina al fronte corto, quest’ultimo sembra appiattirsi agli occhi, quasi fosse un poster dal profilo irregolare. Interamente vetrato, è scandito dalla riproduzione del disegno della sezione degli aggetti orizzontali che invece ombreggiano la facciata e si estendono lungo i fronti laterali. Nel vedere come le vetrate riflettono i palazzi e i dintorni, credo venga spontaneo chiedersi quale sia il ruolo di questa diffusa “trasparenza”; la trasparenza non necessariamente deve mettere in relazione l’edificio con l’esterno, ovvero non deve rispondere solo alle regole del “vedere”, ma forse può anche essere percepita nel modo opposto, ovvero come un velo sottile che in certi punti cela e in altri mostra. Le invisibili regole di ciò che è dato “non-vedere” o meno, andrebbero dettate dalla vasta gamma degli utenti di un posto e altrettanto ascoltate da chi ha scelto di dare forma concreta alle esigenze di quegli utenti.

L’approccio dei due architetti svizzeri per esempio, sembra essersi basato sulla volontà di interrogarsi sul ruolo civile del progetto, che quindi si differenzia da una “semplice edilizia” per il fatto di essere un’architettura per la città, un “monumento urbano”. Con il termine monumento si può far riferimento da un lato all’architettura come prodotto del potere che l’ha voluta, segno di una forza economica e politica che afferma la propria presenza nel territorio; dall’altro all’architettura come memoria, non solo del potere che l’ha resa possibile, ma principalmente della comunità che l’ha realizzata e resa simbolo  di un’identità che cambia nel tempo.

Oltre a tutto questo però che cosa rimane effettivamente al visitatore o al passante che vi si reca?

Posso raccontare la mia esperienza. Ero appunto arrivata da Via Pasubio, davanti a me, discreto, il fronte corto della fondazione, una fine capanna di vetro ruotata in modo da seguire l’andamento di via Volta e via Ceresio, e non di viale Pasubio o Crispi. Svoltai l’angolo per girare attorno all’edificio. L’edificio non c’era. Com’era possibile? Il fronte che fino a poco prima osservavo non era che un inganno, come una sottile quinta scenica lì sul marciapiede. Fu allora che un uomo che passava di lì, si avvicinò a uno spigolo di quella quinta e senza sforzo iniziò a tirarlo. Da quel punto, come le pieghe di una fisarmonica, vidi che una maglia ortogonale di pilastri incrociati a 45°, si allargava ed estendeva lentamente nella direzione in cui l’uomo continuava a tirare; era come se stesse estrudendo uno scheletro grigio chiaro, una struttura. Lo spazio che si stava stagliando fu poi subito definito dalla luce che c’era. Per citare Kahn, la luce entrava dove non c’era materia, entrava tra gli spazi che la struttura lasciava aperti, quindi “la struttura è creatrice di luce”. I raggi del sole infatti correvano in mezzo a quell’ossatura impettita, la colpivano, la abbracciavano, la riempivano, ricordando particolarmente quegli involucri vetrati che a volte vivacizzano gli edifici moderni.

modellino

Pura fantasia viene da pensare. Probabile. O magari no.

A volte è proprio il coinvolgimento che un’opera riesce a trasmettere, ciò che la rende meno sola davanti alla critica.

di Michela-Alessandra Madiotto

Si ringrazia la professoressa Annalisa Trentin per la collaborazione.

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