La città dietro la macchina da presa


Quando ancora un’altra volta andiamo al cinema e ci sistemiamo più o meno comodamente sulle poltroncine della sala, è inevitabile provare una sensazione di aspettativa verso quello che ci accingiamo a vedere. In fondo è questo quello che il regista ci ripropone sempre: una realizzazione nuova, che nessuno potrà mai dire di aver già visto da qualche parte e che quindi si appresterà a durare. Teoricamente la riproducibilità di un film è eterna, quasi fosse un segno incancellabile che qualcuno lascia nell’immaginario collettivo. E cos’altro, se non l’architettura, si pone ugualmente  come impronta indelebile nello spazio sociale? La ripetibilità degli edifici e dei film è obiettivamente senza fine; nel secondo caso, possiamo ricominciare un lungometraggio tutte le volte che vogliamo e nel primo caso, le attività che possiamo ripetere all’interno di una struttura possiamo farle in eterno.

Chi vive un luogo ogni giorno, spesso non prende in considerazione i suoi dettagli, piuttosto lo assimila attraverso l’uso quotidiano senza concedersi il tempo di contemplarlo davvero, quasi fosse appunto un film in cui le immagini cambiano e scorrono veloci senza che nessuno si soffermi veramente su di esse perché quel che conta è una storia che si compie e la vita che fluisce, come dentro lo spazio architettonico.

Se volessimo accostare e mescolare l’una con l’altra queste due arti, cinema e architettura, potremmo forse affermare da subito che la seconda viene recepita in modo differente nelle pellicole e nella realtà; nella realtà infatti l’architettura esiste da sempre per rispondere al bisogno degli uomini di darsi un rifugio, ma all’interno dei film quale ruolo assume? La principale funzione che le si può attribuire è detta Archivistica, proprio per il fatto che oltre a conferire un contesto alla storia e a localizzarla, documenta aspetti architettonici di una determinata epoca, generalmente passata. In questo ambito gli edifici, le città, i monumenti ripresi, danno il loro contributo sottraendo all’oblio del tempo immaginari di epoche trascorse. Nello sfondo della storia i registi quindi mostrano e descrivono la struttura sociale e architettonica della città; talvolta scelgono anche di intrecciare sinergicamente l’architettura al soggetto protagonista, e in tal caso, la città narrata per esempio, interagisce completamente con il racconto del film, diventando essa stessa interprete della trama.

16296108_1355974441114414_1221794818_nUn caso esemplare lo ritroviamo nel film Manhattan, scritto e diretto da Woody Allen nel 1979.

Nel film non vi è soltanto una raffigurazione del quartiere newyorkese di Manhattan, ma anche la storia del rapporto tra il regista e la sua città raccontata attraverso il filtro soggettivo dell’occhio della macchina da presa e dell’autore. Cos’è Manhattan per lui? Se facessimo questa stessa domanda ad ognuno degli abitanti probabilmente riceveremmo da ciascuno una risposta differente.

La città infatti non va soltanto intesa come spazio fisico e luogo sociale, ma è soprattutto un luogo dell’anima, quasi un’astrazione, un parto della mente che, in questo film in particolare, si fa proiezione intimistica della visione del mondo e dell’esistenza del regista. Il paesaggio urbano non è omogeneo, è locus amoenus con i suoi parchi ma anche luogo di incontri, di vita sociale e di cultura. Dall’inquadratura della prima scena il contesto urbano si presenta accompagnato in modo indissolubile dalla musica iniziale e sembra fluire, libero, frammentando vari campi totali di valore descrittivo ma soprattutto connotativo.

Le immagini dapprima appaiono adeguandosi al ritmo della musica, di cui rispettano la scansione in battute, poi però iniziano ad andare per conto loro, sempre più rapide, quasi animate dal desiderio di dissolversi l’una nell’altra, trascinando con sé l’orchestra. Intanto lo scrittore narratore, come voce fuori campo, si rivolge al pubblico con un incipit per un romanzo semi autobiografico incentrato su New York.

Quindi l’approccio descrittivo verso Manhattan deve riflettere e combaciare con lo stato d’animo dell’autore, con il suo passato e il suo futuro, con i suoi sogni, le aspettative. Fino a che punto però una città rispecchia i suoi abitanti? Forse la risposta è soggettiva e dipende dal singolo, da come ognuno la vive ogni giorno; ma seguendo invece l’interpretazione che il film ci regala, la Manhattan di Woody Allen diventa piuttosto metafora della profonda decadenza morale della cultura contemporanea.

16343576_1355974387781086_1030985349_nLe istantanee di grattacieli, strade, ponti avvolti nella nebbia, si susseguono davanti agli occhi degli spettatori, ma nascondono trappole, passaggi segreti, gabbie di cristallo e acciaio. La città desiderata si rivela in realtà la città perduta, lontana, inafferrabile, congelata nella sua perfezione innaturale. Chi la abita non è in grado di scalfirne gli angoli, ma in modo disilluso ne è sovrastato; la nota malinconica che si percepisce è dovuta appunto al fatto che quello che si dovrebbe identificare come un luogo dell’anima, è irraggiungibile per l’uomo, il quale deve quindi affidarsi ai sentimenti e credere di più nelle emozioni, perché soltanto il cuore può guidare nel marasma esistenziale della frenetica e destabilizzante vita moderna. Il film si conclude con tre inquadrature di New York, all’alba, al tramonto, di notte. Finale lieto? Non necessariamente, ma è solo una questione di ripetibilità; la riproducibilità di un film o di un’architettura, le sequenze finali della New York di Woody Allen, sono tutti aspetti che potrebbero essere letti secondo la metafora dell’esistenza umana, cioè con un suo inizio e una fine.

L’unica sostanziale differenza è che la vita umana non è replicabile in eterno, non resterà per sempre, ma di questo argomento non ce ne occuperemo ora.

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di Michela-Alessandra Madiotto

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