Continuità materica nel restauro di Emanuele Fidone


Nel periodo tra il XX e il XXI secolo si diffonde in Europa una cultura progettuale rivolta all’ambito del restauro. Che cosa si intende però con il termine restaurare? Alcuni lo hanno interpretato come un modo di intervenire consapevole delle stratificazioni dell’edificio e che affida alle nuove strutture il compito di creare una connessione funzionale con l’esistente; altri non lo avrebbero neppure definito con questa parola, perché ispirandosi alle ideologie di Ruskin e soffermandosi sull’analisi più lessicale del termine, avrebbero parlato del restauro come la più totale distruzione che un edificio possa subire, vedendo invece nella conservazione la pratica corretta; o ancora, riprendendo la teoria di Cesare Brandi legata ad un approccio metodologico critico, c’è chi vedrebbe un progetto di restauro come una “lettura” del monumento, da conservare nella sua stratificazione storica, tra immagine e materia, nella forma in cui ci è pervenuto. E in tal caso l’intervento tenderebbe a conservare il massimo di informazioni contenute nel bene, operando però una scelta per identificare i valori.

14997184_1270305876347938_1697936152_nQueste diverse correnti di pensiero che, per citare Cino Zucchi in Innesti, si pongono nel contesto architettonico dell’epoca come ‘modernità anomala’, in realtà vogliono affrontare l’effettivo problema dell’innovare e al contempo mantenere gli stati precedenti. Questa questione ha coinvolto in modo diretto anche l’architetto siciliano Emanuele Fidone[1], autore del restauro della Basilica Paleocristiana di San Pietro a Siracusa. Fidone infatti ribadisce in un’intervista la necessità di innestare sull’antico nuove relazioni e nuovi equilibri, interpretando l’esistente non come un problema, ma come una risorsa vitale.

 

14958296_1270305906347935_1969171788_nPer lui lo scorrere del tempo lascia un segno positivo sull’opera e costituisce il punto di partenza per instaurare un dialogo con il presente; questo dialogo è concretizzato sfruttando diverse tecniche e facendo un’accurata scelta dei materiali. L’architetto ritiene che ciò che vada mantenuto di un’opera su cui si interviene sia la continuità dell’edificio e piega i materiali a questo scopo scegliendoli, con un approccio consapevole e percettivo, indistintamente dalla tradizione e dalla modernità. Il restauro della Basilica Paleocristiana di San Pietro a Siracusa, voluto dalla Curia Arcivescovile della città, lo occupa dal 2006 al 2008.
14997093_1270305899681269_2067819261_nLa Chiesa è stata fondata nel 363 a.C. e nel corso dei secoli ha subito varie modificazioni. La sua complessa storia divenne appunto l’incipit da cui il progetto di restauro del XXI secolo trasse la sua forza, nel tentativo di valorizzare le continue trasformazioni e sovrapposizioni di stili, interpretate non come un problema da nascondere, ma come una strategica risorsa. L’intento progettuale fu quello di cercare un modo per dare nuova vita a una “rovina”, in quanto rovinata dal tempo e dall’utilizzo, lavorando sull’idea di continuità, poi attuata concretamente intervenendo sulla spazialità, le superfici e la luce. Per Fidone è fondamentale non separare progetto e conservazione; ecco perché opera, da un lato, un attento recupero degli strati di materia esistente e, dall’altro, interviene inserendo due nuove strutture-il controsoffitto della navata principale e il grande portale sul fronte est- che hanno la funzione di suggerire una rilettura dello spazio e della storia dell’edificio. Con la sola forza evocatrice del materiale ligneo, usato nella copertura e anche nella nuova volta a botte, ricompone forme perdute che in tal modo sembrano assecondare il percorso di invecchiamento dell’architettura e inserirsi all’interno del testo antico.
14971844_1270305889681270_788422349_nAllo stesso modo si è avvalso dell’acciaio cor-ten- affinché mostri lo stesso ‘invecchiamento’ degli altri materiali ma sia anche in grado di materializzare lo spessore di un muro- dell’alluminio e del ferro, facilmente ossidabili, per sottolineare la sensazione di vissuto che la ruggine crea elegantemente. Inoltre è stata anche rifatta la pavimentazione originaria di epoca bizantina. Con questa sorta di resezione degli stati più recenti di materia, il viaggio nel tempo offerto dal progetto trova una simbolica conclusione, restituendo la fugace percezione dello spazio originario, ormai perduto, dell’antica basilica. Pochi essenziali elementi architettonici conferiscono una nuova unità spaziale all’edificio. E’ quindi evidente che alla base di questo modo rispettoso di operare nel rapporto fra antico e nuovo, c’è un processo di conoscenza storica e di indagine tecnico-scientifica seria e approfondita sulle preesistenze, sulle stratificazioni, sul senso e soprattutto sulla materia da conservare e trasportare nella realtà presente e futura.

14961325_1270305926347933_792499160_nL’architetto che sceglie di restaurare è dunque tramite di una poetica costruttiva che si fa carico di amalgamare le relazioni complesse fra concetti e materiale al fine di creare una continuità storica fra civiltà e cultura. Concludendo con le parole dello stesso Fidone «ogni strato […] mostra la volontà, il pensiero e i desideri degli uomini che lo hanno realizzato»[2] ed è quindi memoria che merita di essere onorata.

 

di Michela-Alessandra Madiotto, Irene Curti, Giulia Gazzotti

 

 

[1] Nato nel 1957 a Modica (RG), Sicilia si laurea in Architettura allo IUAV di Venezia nel 1984 con una tesi sull’architettura barocca siciliana. Dal 2000 insegna Progettazione Architettonica presso l’università degli Studi di Catania -facoltà di architettura di Siracusa. La sua attività sia professionale sia didattica è incentrata sul tema del rapporto tra antico e nuovo.

[2] A.Ugolini, PROGETTO STORIA RESTAURO, Riflessioni in forma di conversazione intervista a Josè Ignacio Linazasoro, Emanuele Fidone e Bruno Messina, in: Ricomporre la rovina, FIRENZE, Alinea, 2010, p.52.

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