Scenografie d’artista: spazialità musicali per l’ultimo viaggio del Duca Bianco


David Bowie è uscito di scena come solo lui avrebbe potuto, ma parlarne al passato è impossibile, e forse nemmeno corretto. “David Bowie Is” è il titolo della mostra che, sino al 13 Novembre, ha descritto, consacrato e idolatrato l’artista scomparso il 10 Gennaio 2016 a Manhattan.

Il titolo della mostra suggerisce l’incipit a un racconto, il racconto che effettivamente si sviluppa nell’allestimento curato da Victoria Broackes e Geoffrey Marsh.

Partita da Londra nel 2013 al Victoria & Albert Museum di Londra, la mostra ha toccato città come Chicago, San Paolo, Toronto, Parigi, Berlino e adesso è sbarcata anche in Italia per l’ultima tappa europea a Bologna, che si concluderà il 13 Novembre 2016.

Al primo passo con le cuffie in dotazione e il volume della musica ben alto, si entra in questo viaggio multisensoriale e si viene catapultati in un mondo fatto di crescita, ispirazione, arte ma soprattutto contaminazione.

Si parte proprio dai primissimi anni di vita dell’artista, dalle prime band con le quali già a sedici anni si introduceva nella fiorente scena londinese dei primi anni 60. Nascono di conseguenza i primi successi come Space Oddity, Starman con tutta la sua genesi e riferimenti artistici e spaziali. Da qui la nascita di un’icona onnisciente nei generi musicali.

David Robert Jones, così registrato all’anagrafe, entrava in tutti i processi connessi alla sua figura e alla costruzione di essa, minuziosa e sensazionalistica. Che fosse lo studio della copertina di uno dei suoi innumerevoli dischi, o che fosse la scelta dell’abito da utilizzare in scena per un determinato tour, nulla era lasciato al caso e tutto passava sotto il suo controllo e la sua approvazione.

Molto di quello che si vede oggi, probabilmente Bowie lo ha già fatto prima di tutti, ma è la continua ricerca artistica e fuori dagli schemi che più colpisce. Non ripetersi mai era per lui fondamentale, quindi la continua ricerca nell’affermazione di un personaggio iconico, memorabile, per diversi generi di musica. Proprio Victoria Broackes e Geoffrey Marsh, dicono a riguardo: ““Il catalogo musicale di Bowie, insieme al suo archivio, ci fornisce materiale fantastico per un’esposizione, ma solo in parte riesce a spiegare il ruolo iconico e la condizione di crescita continua dell’artista. La restante parte del quadro si trova nei cambiamenti del mondo intorno a noi e in noi stessi, il suo pubblico”

Al di là della supremazia artistica, l’allestimento messo a punto per raccontare il Duca Bianco sembra esser stato armoniosamente e sapientemente dispiegato proprio dallo stesso, calzando a pennello all’artista, una presenza assai ingombrante e difficile da cerimoniare.

Le sale sono buie, illuminate solo dalle timide luci dei pannelli espositivi. La vera e propria presenza scenica la hanno le proiezioni, i colori sgargianti dei suoi abiti, nondimeno, lo spazio viene riempito dalla musica. Il visitatore è solo nel viaggio musicale, le cuffie date sin dall’ingresso non lasciano spazio alla chiacchiera, alla considerazione fatta in maniere sfuggevole al vicino. Le note del Duca tengono per mano e guidano da uno spazio all’altro, note e silenzi fanno capire dove guardare e su cosa posare l’attenzione.

Uno degli obiettivi della mostra è quello di condurre i visitatori in un indimenticabile viaggio multiforme di suoni e di stile, un viaggio emozionale attraverso le influenze artistiche che lo stesso Bowie percepì come formative. La mostra conferma come il suo lavoro da un lato abbia influenzato i più ampi movimenti nel campo dell’arte, del design, del teatro e della cultura contemporanea e dall’altro ne abbia subito la contaminazione, focalizzandone i processi creativi, modificandone lo stile e portandolo a collaborare con designer nel campo della moda, del suono, della grafica, del teatro e del cinema.
E’ sicuramente l’ultima sala, una delle parti più coinvolgenti ed emozionanti della mostra:: lo sguardo viene catturato da una serie di proiezioni, foto ed abiti che si alternano come in un incredibile spettacolo senza soluzione di continuità, la musica, diffusa con un particolare sistema a tre dimensioni, inonda lo spazio e tutti i sensi vengono coinvolti in un’ esperienza inebriante: non si vorrebbe più uscire

Questa parte della mostra è stata mirabilmente adattata ai locali del Museo, perché più alto dei sette precedenti, ed i progettisti hanno potuto dare vita ad una sorta di alveare formato da nicchie quadrate coperte da sottilissime tele che ora fungono da schermo alla proiezione di video dei concerti o di fotografie, ora si illuminano dall’interno come scrigni mostrando i preziosi outfit, che vengono così visti in parallelo nei video e dal vivo.

La mostra Bolognese, rispetto alle precedenti, si è arricchita di performance collaterali: dalla proiezione fruibile gratuitamente in città di film che vedono Bowie protagonista, al raduno dei fan (gli stessi che alla sua morte hanno fatto una petizione on line per riportarlo in vita!), a concerti, ad attività che si svolgono all’interno del museo: “Inspiration” che permetterà di indossare vestiti, abiti e parrucche ispirate appunto a quelle dell’Artista e farsi fotografare, all’ “Experience Bowie” spazio per rielaborare in maniera creativa e multimediale le sensazioni ricevute dalla mostra, al “Baby Bowie” parking per bambini che consentirà ai più piccoli di fare esperienza del poliedrico cantante sotto forma di gioco.

Il titolo della Mostra “David Bowie is” è volutamente sospeso, lungo il percorso in ogni sala la frase viene completa, ma alla fine ognuno può, anzi deve, la volontà degli organizzatori è proprio questa, sentirsi libero di scriverci quello che ritiene più opportuno secondo la propria esperienza.
Alla luce delle cose viste, lette e ascoltate si può dire che per il suo essere miniera di parole, personaggi, generi (con l’accezione che si vuole dare al termine), “David Bowie is” everything and more, and more, and more.

La costruzione dell’assenza diventa quindi il tema architettonico fondamentale. La presenza fisica degli abiti, dei bozzetti, dei dischi e la presenza immateriale della voce attraverso la musica; strutturano l’assenza e il ricordo dell’artista scomparso. Un memoriale costruito, il vuoto abissale della scomparsa che costruisce un pieno espositivo, una spazialità labile ma materiale nelle luci, nei colori, nei volumi.

“I musei non sono fatti per essere visitati, ma per essere sentiti e vissuti”

Orhan Pamuk

di Giulia Nobili

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