La ricerca di un’identità. Skopje: il terremoto e la retorica


Quando il terremoto colpì Skopje, il 26 luglio del 1963, la città intera scomparve sotto cumuli di macerie. La sconosciuta capitale della Repubblica Socialista di Macedonia si ritrovò di colpo su tutti i giornali d’Europa.
Ma le tragedie rappresentano un bivio per le città: rimanere rovine, lasciare che l’edera cresca tra le crepe e il cibo ammuffisca negli scaffali, come Chernobyl, come Pompei – oppure trasformarsi, pulire il sangue e lo sporco per ricostruire i muri, mattone dopo mattone. Skopje non poteva rimanere un ricordo; per Tito e l’intera Iugoslavia divenne una ricchissima opportunità: rafforzare i rapporti con l’Occidente, puntare i riflettori dell’opinione pubblica internazionale sui confini dell’Europa.

La ricostruzione prese due strade: ridare un tetto agli abitanti e un volto alla città. La prefabbricazione dell’edilizia aiutò di certo il primo obiettivo, la retorica contribuì a creare alte aspettative per il secondo.
Skopje non doveva essere più solo una capitale ai margini del mondo noto: doveva essere trasformata in un simbolo, per rappresentare la forza della politica e la resistenza dell’essere umano alla natura. Più volte fu paragonata a Varsavia, emblema della città distrutta e ricostruita, come scrisse Adolf Ciborowski. Skopje come la bruciante Londra del 1666 e la sbriciolata Lisbona del 1755: il terremoto sarebbe stato, forse, l’opportunità migliore per un repentino cambiamento.

Fu indetto un concorso internazionale, al quale furono invitati otto studi d’architettura e urbanistica: tra questi compariva il nome di Kenzo Tange, il cui progetto risultò favorito. Tange, che mai prima aveva lavorato in Europa, propose una visione simbolica e monumentale della capitale macedone: un immenso polo direzionale e viario, denominato city gate, sarebbe diventato la porta d’ingresso per la città; al contrario, l’innalzarsi di un complesso di residenze disposte a ferro di cavalo attorno al centro, il city wall, avrebbe dovuto abbracciare il tessuto esistente come a difenderlo da invasioni esterne. Così facendo, Tange avrebbe realizzato i sogni lecorbuseriani di una città fondata sulla macchina e sull’efficienza, una città simbolica e moderna.

Tuttavia, l’urbanistica è la scienza dei demiurghi e dei sognatori: il progetto non era realizzabile, il dialogo tra Tange e gli altri progettisti era impossibile e della proposta, oggi, rimane solo qualche idea costruita in modo confuso. Le tracce fisiche del dibattito si rivedono soprattutto in numerosi edifici dalle forme curiose, al limite tra il brutalismo britannico e il metabolismo giapponese: la presenza di Tange, anche se vaga, attirò su Skopje tantissimi architetti del modernismo balcanico, che colmarono i vuoti lasciati dal terremoto con fantasie di béton brut.

Più nulla si è detto di Skopje, prima e dopo il crollo del blocco sovietico. Capitale quasi dimenticata di una nazione che attende da anni di entrare nell’Unione Europea, acciecata dalla luminosa Ohrid e dalle onde del suo antico lago, Skopje è oggi al centro del più grande e silenzioso rinnovamento urbanistico del continente.
Skopje 2014 è il nome dato dal governo alla spirale di statue, fontane, frontoni neoclassici, colonne ioniche, luci caleidoscopiche che hanno trasformato la città. Il mito e la leggenda ridefiniscono l’identità nazionale dopo un secolo di confusione: si è scavato fino ad Alessandro il Macedone, che svetta da una statua alta ventidue metri al centro della piazza principale. La nuova Skopje come Disneyland, dicono alcuni. In fondo, queste decorazioni eclettiche non sono altro che maschere su ordinarie strutture di cemento armato; sono le tende di un circo, il trucco su un volto. Inoltre, la damnatio memoriae nei confronti dell’epoca socialista è pericolosa: gli edifici metabolisti che ricordano l’utopia di una ricostruzione moderna sono in un triste stato di abbandono o, peggio ancora, sono lentamente nascosti da un velo decorativo neoclassico. E’ come se un vero e proprio terremoto si sia abbattuto nuovamente sulla città: non più un earthquake, ma un mindquake, come ricorda un motto delle proteste dei cittadini – duramente represse – del 2009.

Solo il terremoto e il potere possono cambiare radicalmente le città. Tutto il resto è un lento fluire: lo scalfirsi della pietra sotto i piedi, lo sbiadirsi degli intonaci e l’accumularsi della polvere non sono che geologici assestamenti dei luoghi sotto il peso umano. Ma quando le città cambiano volto, crollandoci addosso mentre dormiamo o crollandoci accanto mentre notiamo distratti i cantieri, ci lasciano disorientati e spaventati, perché sappiamo che il nostro destino è mutare più velocemente di loro, e quando accade il contrario non possiamo che ripetere quello che già disse Baudelaire ne I fiori del male:

Le vieux Paris n’est plus (la forme d’une ville /Change plus vite, hélas! que le coeur d’un mortel)
[…] Paris change! mais rien dans ma mélancolie / N’a bougé! palais neufs, échafaudages, blocs, / Vieux faubourgs, tout pour moi devient allégorie / Et mes chers souvenirs sont plus lourds que des rocs.

di Sofia Nannini

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