Zaha Hadid: un’uscita di scena


Pochi architetti hanno fatto parlare di sé in tempi recenti quanto Zaha Hadid: prima donna vincitrice del Pritzker Price (2004), era contemporaneamente considerata il più grande talento del progettare contemporaneo e l’autrice di un’architettura troppo astratta e digitale, icona femminile dell’Archistar.

La critica era solita rivolgerle un’osservazione ricorrente «ma questo non potrà mai essere un edificio» e di solito la risposta era implacabile, quasi ritenuta altezzosa e supponente: «No. È un concetto». Ciononostante, questi concetti si sono spesso trasformati in architetture reali: il mondo è pertanto pieno di tracce indelebili lasciate sul suolo, come il Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo (MAXXI) di Roma.

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MAXXI, Roma

Irachena di nascita, Hadid è scomparsa il 31 Marzo scorso, lasciando in sospeso decine di cantieri in tutto il globo. Le sue architetture nascono da combinazioni di prospettive forzate fin oltre i limiti di una percezione corretta e di proiezioni in cui le linee orizzontali e verticali subiscono un inverosimile inarcamento. Lo stile di Hadid ha creato uno scarto tra la critica accademica, spesso ostile ai suoi progetti, e l’apprezzamento del pubblico più vasto, che ha riconosciuto nelle sue architetture sinuose la spettacolarizzazione del processo costruttivo.

Parlare di Hadid è sempre stato complesso: troppo facile incappare in critiche sull’architettura parametrica o in polemiche etiche sul dover costruire o meno per regimi autoritari. Ora, invece, è tutto più facile: la morte permette di acquisire la giusta distanza per riconoscerle alcuni meriti fondamentali e per definire una critica costruttiva del suo lavoro. Non a caso, sono state esposte più riflessioni acute sull’architettura di Hadid in questi ultimi mesi che in venti anni di carriera.

Hadid è riuscita, fin dalle sue prime realizzazioni, nella non facile impresa di tradurre il proprio linguaggio immaginativo in oggetti reali: più timidamente nell’Edificio residenziale all’IBA di Berlino (1986-1993), in maniera più convincente nella Vitra Fire Station a Weil Am Rhein (1990-1994). Aldillà delle tecniche e dei linguaggi specifici utilizzati, vi è un trattamento costante che attraversa la sua opera come un appunto silenzioso e al tempo stesso appariscente: come lei stessa ha chiarito in occasione di un’intervista: «Si tratta di dare vita a uno spazio che, in una molteplicità di modi, offra alla gente piacere, divertimento, comodità e benessere simili a quelli provati in un paesaggio. La finalità è quella di fornire spazi pubblici potenzialmente in grado di dare piacere».

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Messner Mountain Museum, Plan de Corones

Quella di Zaha Hadid è un’architettura che ha sempre saputo vendersi e essere venduta al pubblico. Faceva parte di quella ristretta cerchia di architetti il cui nome si è trasformato in marchio e business di successo: un nome che ha fatto eco dal design alla moda, con collaborazioni per Lacoste, Louis Vuitton e Swarovski. La sua architettura è forse quella che più di ogni altra rappresenta i nostri tempi: spettacolare, digitale, ai limiti dell’inutilizzabile. Spesso le è stata criticata la scarsa capacità di relazione con il paesaggio (ad esempio nel Messner Mountain Museum di Plan de Corones) e i bisogni dell’uomo; talvolta la totale indifferenza per le condizioni sociali dei lavoratori. L’architettura di Hadid rappresenta la vittoria dell’ingegneria informatica sulla tradizione edilizia e del cemento armato sulla forza di gravità.

Nonostante la nuvola di odi et amo che ha sempre circondato la sua figura, a Zaha Hadid va il merito (o la colpa) di aver reso pop il fenomeno architettonico: ha trasformato l’architettura da operazione intellettuale a spettacolo alla portata di tutti e proprio per questo si è esposta ai commenti di tutti, dagli esperti d’arte ai visitatori curiosi, senza mai piegarsi – al contrario delle sue superfici – davanti ad alcuna critica negativa.

«L’architettura è davvero benessere. Penso che la gente voglia sentirsi bene in uno spazio. Da un lato si tratta di un riparo, dall’altro si tratta anche di un piacere. »

di Giulia Nobili e Sofia Nannini
fotografie di Alice Panciroli

 

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