Appartenenze rivendicate: di chi è veramente la street art?


L’architettura, come l’arte, si pone sempre al limite tra la proprietà pubblica e quella privata. Sebbene per l’architettura, intesa come arte di generare spazio, questa proprietà sia più facilmente attribuibile alla sfera pubblica, ovvero va da sé che un sistema di costruzione spaziale sia e si metta a disposizione dello spazio urbano, pubblico; per l’arte la situazione potrebbe apparire diversa: questa diventa spesso un bene privato, elemento costituente collezioni a disposizione permanente o temporanea di gallerie d’arte e musei. Guardando al passato si trovano esempi di progetti che fanno del fatto urbano, il presupposto fondamentale ed imprescindibile per l’approfondimento progettuale. La mente va subito all’architettura “As found” di Alison e Peter Smithson, ai playground olandesi di Aldo van Eyck che progettavano delle vere e proprie esperienza urbane site-specific o agli esempi più eloquenti e provocatori di Robert Venturi, in cui l’architettura vernacolare diventava oggetto e soggetto delle streets americane. L’arte è andata di pari passo. Dalla land art alle grandi installazioni nei luoghi pubblici, l’oggetto arte diventa protagonista attivo della realtà urbana, sfuggendo sempre più per dimensioni e/o caratteristiche dall’interno della galleria museale, donandosi invece alla quinta espositiva della città.

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XM-24, via Fioravanti

L’episodio avvenuto tra l’11 e il 12 marzo a Bologna dà adito a un dibattito molto acceso e contemporaneo riguardo alla proprietà artistica di un’opera. Blu, noto street artist marchigiano di fama internazionale, ha cancellato tutti i dipinti realizzati nel capoluogo emiliano nel corso di quasi vent’anni, con l’aiuto dei due centri sociali XM24e CRASH. Il principale motivo del gesto sembrerebbe essere l’inaugurazione della mostra “Street Art – Banksy & Co. L’arte allo stato urbano” al Palazzo Pepoli avvenuta il 18 Marzo 2016. Una mostra promossa da Genus Bononiae e dalla Fondazione Carisbo con l’obiettivo dichiarato di «salvarle dalla demolizione e preservarle dall’ingiuria del tempo». Patron del progetto Fabio Roversi Monaco, presidente di Genus Bononiae, nonché rettore dell’Università degli Studi di Bologna dal 1985 al 2000.

Secondo Wu Ming, comunità di lettori e scrittori bolognese «La mostra è simbolo di una concezione della città che va combattuta» e ancora «Dopo aver denunciato e stigmatizzato i graffiti come vandalismo, ora i poteri forti vogliono diventare i difensori della Street Art».

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Crash, via Zanardi

Il problema, a cui si deve la reazione di Blu, è proprio questo: da sempre la street art, in Italia, è considerata come vandalismo, venendo valutata soprattutto dal punto di vista penale, e quindi non sussiste tutt’oggi una consolidata giurisprudenza. Senza dilungarci troppo sulle differenze normative tra opere autorizzate e non autorizzate, ci basti sapere che nel primo caso l’artista resterà sempre titolare dei diritti morali d’autore, potendosi opporre a deformazione, mutilazione e modifica dell’opera. Per poterne trarre beneficio economico, dunque, chiunque dovrà chiedere l’autorizzazione di quest’ultimo.

Blu ha deciso dunque di cancellare tutte le sue opere, vent’anni di opere cittadine per un totale di circa una decina di murales, così come aveva fatto in Germania nel 2014, dove un suo murales stava diventando arredo di lusso in un progetto di ristrutturazione residenziale per ceti abbienti. L’artista non è dunque nuovo a scelte clamorosamente radicali che dividono la critica contemporanea sostanzialmente su due fronti.

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Crash, via Zanardi

Chi approva e sostiene la coerenza di percorso dell’artista, sottolineando come la sua arte sia spesso andata a sottolineare situazioni che andavano difese e tutelate (uno dei lavori simbolo, ormai estinti era all’XM24, l’ex mercato ortofrutticolo in Bolognina occupato e a rischio demolizione). Citando Paola Soriga su Internazionale «Arte povera, poverissima, lontana del mondo glamour delle gallerie, delle installazioni e dei vernissage. Al posto di un pubblico di addetti ai lavori e di spettatori che si mettono in fila e pagano un biglietto, magari trasformando gli artisti in feticci da bookshop, gli street artists comunicano con gli abitanti dei luoghi che scelgono, spesso quelli delle periferie, dei quartieri popolari. Così i muri di Blu attraggono le persone che ci sbattono per caso, o quelle che vanno apposta per guardare la sua arte».

Da un altro punto di vista rispunta la complessità dell’espressione artistica, soprattutto quando questa è così direttamente legata al caso urbano, quando della città, del suolo e dei muri ne fa le proprie radici. Posizione opposta, infatti, è di chi ritiene che l’approccio tanto radicale di Blu si contraddica nel momento in cui il rispetto per le città a lui stesso regala i suoi lavori si trasforma in totale indifferenza per le sue sorti. L’artista dà e toglie l’opera d’arte, in quanto autore è proprietario del bene pubblico ma lo dichiara “regalato” alla street, in una dimensione vernacolare dell’arte. Nel momento in cui il gioco forza di interessi-politica-consumismo, di cui si sottolinea che oggi la società è inevitabilmente impregnata, trae uso di questo regalo, l’artista allora ne rivendica in maniera quasi gelosa la proprietà.

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XM-24, via Fioravanti

Decisione legittima quella di Blu, come è legittimo pensare che le rivoluzioni, seppur artistiche, possano avere un’evoluzione senza esaurirsi in un unico gesto che certo ha fatto discutere ma non troverà alcun compimento positivo nei prossimi mesi/anni. Alla fine le opere di Blu che rimarranno alla città saranno proprio quelle violentemente sottratte per l’esposizione a Palazzo Pepoli, alla fine l’arte è stata sottratta alla street, per essere esposta o in reazione. La nuova opera d’arte sono le poche parole che inneggiano all’anarchia e alla liberazione dalle costrizioni artistiche sul muro dell’XM24: «Peggio per me, peggio per voi, peggio per tutti», si legge sulla lavagna del centro sociale di via Fioravanti dell’XM24. «Il gatto Blu non cè più».. Peggio per noi dunque, che alla fine, vuoi a fini consumistici, vuoi a fine di ideologia, perdiamo la bellezza e il senso di un’arte pubblica che, per definizione è nel tessuto sociale e nella struttura urbana della città.

«La vostra opinione non conta niente, i vostri nomi non sono scritti enormi sul cavalcavia. Il mio sì». (Banksy)

di Giulia Nobili

fotografie di Sofia Nannini

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