Antichità e progetto. La valorizzazione del patrimonio archeologico: conversazione con Pier Federico Caliari


Il rapporto tra antico e nuovo, architettura ed archeologia, tradizione ed innovazione è oggi una tematica centrale nella storia e pratica architettonica occidentale, dove ogni costruzione poggia su una trama di esempi precedenti e molti degli interventi contemporanei sono interventi realizzati sopra o vicino le architetture preesistenti. Operare in contesti stratificati significa assumere l’esperienza del passato come un importante campo di apprendimento. La preesistenza individua un essenziale terreno di confronto che costringe ad entrare in relazione compositiva con esso. La storia e la forma degli edifici preesistenti sono infatti portatori di un sapere antico fatto di immaginazione, di idee, teorie, tecniche costruttive, di uso dei materiali e questo sapere non può non rappresentare un determinante, permanente e prioritario riferimento da cui far ripartire la fase progettuale. Nella situazione attuale l’innovazione sembra aver cancellato la memoria ed il tempo sull’oggetto architettonico, la rapidità della trasformazione sembra non lasciare alcuna traccia della sedimentazione della conoscenza sull’architettura. L’instabilità continua a delegittimare il patrimonio di conoscenze già acquisite, e occorre, per questo, ripensare all’importanza del rapporto dialettico che deve essere presente nel progetto contemporaneo tra memoria ed innovazione. Interrogarsi su questo rapporto assume anche il significato di chiedersi se può l’architettura resistere ai ritmi dell’attuale, rapido consumo che sembra ridurla sempre più a fenomeno di moda. Diviene pertanto necessario sviluppare una sensibilità critica nei confronti della definizione di implicazioni teoriche e comportamenti progettuali nella condizione specifica del rapporto tra antico e nuovo, al fine di delineare una metodologia progettuale operativa che tenga conto del rapporto tra archeologia, architettura e città contemporanea.

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Villa Adriana: Canopo

Il messaggio proviene in primis dalle Università, dalle Accademie, dai seminari. L’Accademia Adrianea di Architettura e Archeologia Onlus di Roma bandisce ogni anno il concorso internazionale “Premio Piranesi_Prix de Rome”, concorso rivolto agli studenti e ai dottorandi delle Università italiane e straniere con indirizzo in Ingegneria edile o civile, Architettura, Conservazione dei beni culturali. Il professor Pier Federico Caliari, docente nella Scuola di Architettura del Politecnico di Milano e direttore generale dell’Accademia Adrianea di Architettura e Archeologia di Roma, ci spiega cosa significa “Architettura per l’archeologia” ed il ruolo del concetto di valorizzazione applicato alla tutela e gestione del patrimonio archeologico.

 

Quali sono le competenze necessarie per mettere in campo il progetto in un contesto archeologico?

Per lavorare con il suolo archeologico, con la rovina storica, è necessario che la figura dell’archeologo e quella dell’architetto dialoghino e convergano su obbiettivi che non possono essere di mera conservazione. Occorre costruire un ponte tra architetti ed archeologi, utile a diminuire sensibilmente la reciproca diffidenza. L’archeologo è il committente, l’architetto il progettista. Il committente deve desiderare la progettazione, non impedirla. L’obiettivo dell’Accademia Adrianea e del premio Piranesi è soprattutto quello di formare architetti, non tanto archeologi, ed andare così ad ovviare una mancanza interna all’Università, quella del progetto per l’archeologia che oggi, se esiste, è legata principalmente ai corsi di restauro, fortemente conservativi. Ci si è quindi concentrati sugli architetti, per trasmettere una visione aggiornata del rapporto tra architettura e archeologia attraverso lo studio dei migliori esempi realizzati (best practices) in chiave internazionale

Che cosa si intende per valorizzazione del patrimonio archeologico?

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Villa Adriana: sopralluogo dei partecipanti al workshop

La valorizzazione, se la si intende superficialmente, è costituita da un insieme di interventi coordinati al miglioramento fisico di un bene e quindi il suo restauro, la musealizzazione, l’illuminamento e così via. In realtà la valorizzazione è soprattutto un processo economico, che implica lo sviluppo e la messa a sistema di una realtà, cioè quella del bene con quella del territorio, con un intorno. E’ il punto d’incontro tra una domanda di sapere e comfort, espressa dal visitatore potenziale e un’offerta di ostensione e servizi sviluppata dall’ente pubblico o provato che ha in carico la gestione del bene. E’ una dimensione fortemente legata al turismo, all’economia e all’offerta di disponibilità da parte del territorio ad ospitare flussi di persone che giungono per visitare un sito. E’ un’operazione che sottende un investimento, pubblico o privato, in una terna di elementi chiave: prodotti culturali (essenzialmente espositivi o legati allo spettacolo oppure editoriali), servizi al pubblico (dalla semplice assistenza informativa, all’approfondimento e customizzazione culturale, e comunicazione (su tutte le piattaforme istituzionali). La progettazione di sistema, cioè strategica, che coinvolge l’intera terna è definibile come design strategico per i beni culturali ed è finalizzata essenzialmente alla brandizzazione delle istituzioni culturali. Questo è quello che cerchiamo di trasmettere con le nostre iniziative, Il Piranesi Prix de Rome e il Master Itinerante in Museografia, che sono a loro volta prodotti culturali: l’importanza di una progettazione integrata, che consideri sia gli aspetti espositivi (musealizzazioni, creazione di nuovi padiglioni per mostre temporanee, ecc), sia gli aspetti di comunicazione (immagine coordinata di brand culturale) e quelli manageriali. La modalità principale con cui cerchiamo di trasmettere questi saperi è portando gli studenti a progettare all’interno del top dei top dei siti archeologici del pianeta. Cose che all’Università normalmente non si fanno: per esempio, essere sull’Acropoli di Atene e far lavorare gli studenti nella zona della colmata persiana, di fronte al Partenone, è inimmaginabile all’Università. Se metti lo studente faccia a faccia con la storia e lo fai progettare nel cuore della Valle dei Templi, nell’Acropoli di Selinunte, piuttosto che nella cella del Tempio di Segesta, riesci a strapparli da un quotidiano piatto, fatto solo di social housing. Solo confrontandosi con il monumento duro e puro, solo sbattendo la testa sulle scanalature del Partenone, scatta quel sacro fuoco che deve necessariamente sconvolgere, in senso positivo e creativo, una mente in formazione. Gli studenti devono esaltarsi per il lavoro che fanno, non devono fare solo il compito per portare a casa i crediti.

 

Per quale motivo, nonostante l’immenso potenziale archeologico italiano, al giorno d’oggi spesso manca un’azione sul campo?

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Sopralluogo e lezione nell’area archeologica

L’Italia è indietro mille anni e la responsabilità è in gran parte dovuta alla ritrosia che le soprintendenze hanno storicamente manifestato nei confronti dei processi di valorizzazione e aggiornamento – muovendosi da una posizione sostanzialmente sussidiaria dell’offerta culturale – oltre ad una costante ideologica che vede la presenza dell’attore privato come un pericolo per la tutela. Ma l’Italia è mille anni indietro anche per altre cose, come la continua ingerenza della politica nella gestione dei beni culturali, per cui un funzionario è sicuro solo fino a quando c’è l’amministrazione che lo ha messo su o lo ha promosso. Ne deriva uno stato di continuo ricatto che nuoce alle idee e all’intraprendenza. Ma c’è anche la questione di tutta una generazione di archeologi e architetti formatasi tra la metà degli anni sessanta e la metà degli anni settanta che ha occupato i posti strategici nelle soprintendenze e al ministero e che ha inibito qualsiasi iniziativa progettuale, qualsiasi idea di una possibile iniziativa progettuale, generando quella che io chiamo “l’età del proibizionismo”. Si tratta della cultura del NO a tutti i costi, del divieto ideologico. Questo ha prodotto danni irreparabili e un’arretratezza drammatica nei confronti di altri paesi europei e non solo. Infine, a onor del vero, ci sono anche altre grandi responsabilità da parte degli architetti. La perdurante mancanza di qualità nell’architettura italiana in almeno tre generazioni di docenti, che ha prodotto il terrore da parte delle istituzioni alla sola idea del coinvolgimento degli architetti. La dequalificante legge sugli appalti pubblici e una cultura architettonica provinciale, autoreferenziale ed egocentrica hanno fatto da moltiplicatore. Per cui i concorsi in Italia non si fanno e quando si fanno non hanno esito. Come nel vergognoso caso di quello per la copertura dell’Auditorium di Adriano in Piazza Venezia a Roma, bandito dalla Soprintendenza, e poi sospeso per essere definitivamente annullato senza motivazione alcuna. Oppure nella continua privatizzazione degli incarichi, che privilegia questo o quell’architetto in aderenza alle preferenze dei soprintendenti o dei politici di turno e mortifica le consultazioni pubbliche.

 

Lunedì 23 Maggio 2016 presenterà presso la Scuola di Ingegneria e Architettura il Premio Piranesi Prix de Rome, workshop ormai prossimo alle sua quattordicesima edizione e che si tiene nello straordinario scenario di Villa Adriana, a ridosso della città di Tivoli. Come è possibile definire in breve l’esperienza del Premio?

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Studente sul luogo di progetto

Il Piranesi Prix de Rome, concorso universitario di architettura e museografia per l’archeologia è sostanzialmente due cose: da una parte, è una formidabile esperienza umana e umanistica, che si vive in un clima di competizione e di partecipazione (goliardica) assieme. Dall’altra è una porta che si apre su un mondo straordinario e su un percorso formativo di grande importanza sia per i giovani che per la prima volta si trovano a tu per tu con la grande archeologia e la grande storia identitaria del mondo occidentale, sia per il mondo dei beni culturali che potrà raccogliere i prodotti professionali di chi vorrà intraprendere quel percorso su cui quelle porta si apre. Usciti dall’esperienza del Piranesi Prix de Rome ci si trova di fronte ad una scelta, ad un bivio: continuarne l’esperienza all’interno di un Master Itinerante che porta in altri siti per nuovi progetti e nuove esperienze umane sul modello di quella del Prix, oppure sospendere questo percorso, ma con la consapevolezza di una maggiore maturità, generata dall’esperienza di partecipazione, dalla difficoltà del tema progettuale, dalla complessità del sito, dall’internazionalizzazione e dalla competizione a tutto tondo, che costituisce un impressionante moltiplicatore e condensatore di conoscenze. Con il Master, comincia una specie di nuova vita, che riconosce la tradizione del grand tour settecentesco e dell’apprendimento Beaux Arts a diretto contatto con l’Antico, intercettando la domanda di esperienze extra moenia e la predisposizione al viaggio delle nuove generazioni, la cui mobilità non era minimamente ipotizzabile solo vent’anni fa. Mi piace pensare che gli studenti possano, durante (e dopo) il Master, sentirsi dentro quella tradizione di studi e di viaggi straordinari, sulla quale è stato fondato il Piranesi Prix de Rome sull’esempio esempio dei pensionnaires francesi in Italia.

Intervista a cura di Giulia Nobili

Foto: http://www.premiopiranesi.net

Si ringrazia il Professor Pier Federico Caliari per la disponibilità e vi diamo appuntamento Lunedì 23 Maggio 2016 h.10.30 presso l’Aula Magna della Scuola di Ingegneria e Architettura (via Risorgimento 2, Bologna) per la presentazione dell’edizione XIV del Premio Piranesi_Prix de Rome rivolta agli studenti di tutti gli anni accademici.

 

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