Architettura e memoria. Il memoriale della Shoah di Bologna


Tanto è già stato detto sul nuovo Memoriale della Shoah, inaugurato a Bologna il 27 gennaio. Ora che le conferenze stampa sono terminate e i fotografi spariti, si è ricominciato a transitare davanti a quell’avamposto di stazione che s’appoggia sul ponte Matteotti con la stessa noia e lo stesso nervosismo della quotidianità.

DSC_1121.JPGIl monumento, progettato dai giovani architetti dello studio SET Architects, è fortemente iconico: gioca infatti sull’allusione ai dormitori, all’ordine spietato all’interno del quale era confinata l’umanità nei campi di concentramento. Una struttura alta, scura, che si eleva al di sopra degli anonimi setti murari color crema, limite ultimo della stazione dei treni. Prima sono venuti i blocchi, residui del progetto di Bofill; prima si è creato il contesto triangolare, reso monumentale dalla scalinata posta in angolo tra via Matteotti e via Carracci; solo alla fine è arrivato il monumento, solo alla fine è stata inserita la memoria.

Si assiste così a un’inversione dei ruoli: non più al centro della piazza, la memoria è ora collocata in uno spazio residuale, tra il traffico e gli impianti tecnici della ferrovia.

Il progetto vincitore si pone con eleganza in questo spicchio di città e il riferimento ai neri blocchi del Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa è forte: non a caso, Peter Eisenman era il nome di punta della giuria del concorso bolognese. Curiosamente, è come se l’architettura non riesca ad andare oltre al rigore del parallelepipedo, quando si confronta con il dramma dell’Olocausto; come se la Shoah potesse essere ricordata solo mediante lo stesso ordine geometrico adottato dai carnefici.

Nonostante il suo essere aldilà del linguaggio, come direbbe Hermann Broch, si è così tanto parlato di questo tragico evento che ormai è difficile affermare quali forme siano adatte per rappresentarlo e ricordarlo. Adorno era stato categorico: Dopo Auschwitz, nessuna poesia, nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile.

La domanda da farsi è dunque: abbiamo bisogno di un altro memoriale, muto e elegante nel caos urbano? Che cosa dobbiamo davvero ricordare? A differenza del Memoriale per i Martiri della Deportazione a Parigi e del Museo-Monumento al deportato politico e razziale di Carpi, qui non ci sono lunghi elenchi di nomi: la Shoah è diventata un simbolo silenzioso, da attraversare mentre si corre a prendere un treno. E’ questa la memoria di cui abbiamo bisogno?

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Tavolta l’architettura pretende di potersi inserire in un contesto marginale, caricandolo di significati altri e elevandolo dalla vita reale. Tavolta ci riesce: il Museo per la memoria di Ustica, a pochi passi, ne è un esempio. A volte, invece, fallisce miseramente e la sua superflua banalità annulla qualsiasi tentativo di costruire una memoria storica ragionata, trasformando una tragedia in uno scialbo esercizio di stile.

di Sofia Nannini

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