Epifanie dal Fronte. Quando l’arte incontra la città


In occasione del centenario della Grande Guerra, dal 4 al 30 Novembre il centro di Vicenza ospita una serie di installazioni realizzate dalle giovani artiste Martina Camani e Marta Scaccia. Attraverso delicati interventi nel tessuto storico della città, sono riuscite a narrare il loro punto di vista, al tempo stesso personale e universale, sulla guerra, l’arte e la letteratura.
Le abbiamo intervistate per comprendere meglio le ragioni dietro questo progetto e le possibilità di dialogo tra arte e città.

Cos’è Epifanie dal fronte e com’è nato il progetto? 

Epifanie dal Fronte è un’opera d’arte contemporanea composta di cinque installazioni site-specific nata in occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale. Vincitrice del bando Energie Sommerse, l’opera nasce nell’intento di demitizzare la guerra, lontana da ogni celebrazione. Quando abbiamo iniziato ad immaginare un modo per parlare di una storia ormai vecchia abbiamo pensato ad uno spettro che dopo cento anni torna ad agitarsi in città riprendendo forma e materia.

Il vostro progetto permette una diversa visuale sull’architettura palladiana: come siete riuscite a trovare un dialogo tra la vostra arte, la Loggia del Capitaniato e la Basilica? Come avete scelto i luoghi dell’installazione?

La scelta dei luoghi (Loggia del Capitaniato, palazzo Trissino, palazzo del Monte di Pietà, fontana di Nereo Quagliato), nasce da una precisa ricerca estetica in cui si vuole veder stridere le linee del contemporaneo con il gusto rinascimentale. Se nei primi tre palazzi di Palladio e Scamozzi lo scenario antico ospita le nette geometrie contemporanee, nella fontana lo stile di Nereo Quagliato accoglie lo spirito classico della performance Figli della Guerra ispirata alla Troiane di Euripide scritta e diretta dalle autrici. La scelta dei luoghi è per noi anche un atto politico perché diviene un modo di restituire alla cittadinanza degli spazi che le appartengono occupandoli e offrendo loro un’esperienza artistica. È stato infatti possibile in questo modo avvicinare l’arte alla strada e proporla ad un pubblico diverso di quello dei musei.

Al contrario di molte “opere da museo”, che sono immobili e intoccabili, le vostre sono a diretto contatto con il visitatore, che le tocca, ci cammina sopra, le ascolta – ne sente addirittura il profumo. Come cambia la percezione dell’arte quando più sensi ne possono fare esperienza? Credete che questa possibilità ne prolunghi la memoria nella mente di chi l’ha attraversata?

Certo, ogni installazione infatti coinvolge lo spettatore in uno dei cinque sensi in modo particolare (Tutti i caduti-tatto, Girotondo-udito, L’attesa-olfatto,Figli della Guerra-vista, Trincea-gusto), anche nell’idea di recuperare un rapporto con la materia, un contatto fisico e reale, un urto con le cose proprio quando tutto spinge perché questo contatto sia solamente virtuale. Le sensazione restano a lungo nella memoria ma sono anche capaci di risvegliarne altre sepolte da qualche parte nei ricordi. Lo spettatore diventa così parte dell’opera stessa.

Voi parlate della guerra in un luogo ormai lontano da essa, in una tranquilla città d’arte. Questo forte contrasto rende l’operazione più difficile?

A dire il vero la memoria della Prima Guerra Mondiale è molto forte in questa città, perché qui vicino si trovano molti dei luoghi delle carneficine di un secolo fa. E le installazioni sanno parlare anche all’oggi: quando pensiamo ai tavolini di Trincea, collocati in sei diversi ristoranti e bar del centro, nati nell’intento di pensare la guerra non come qualcosa che resta al fronte ma che invade la vita quotidiana, ecco che i fatti di Parigi riappaiono immediatamente.

Quali artisti e scrittori vi hanno ispirato nella creazione del vostro progetto?

Nell’opera abbiamo fuso più linguaggi: arte, letteratura, teatro e musica. Gli artisti più significativi per noi sono stati i contemporanei Ai Wei Wei ed Ernesto Neto, ma anche la riflessione di Proust sulla memoria sensoriale, i romanzi di Meneghello, Lussu, Remarque e Cèline , le parole di Euripide e Omero, il pensiero di Ingebor Bachmann sul contenuto morale dell’arte, solo per citare alcuni nomi.

Per maggiori informazioni:
facebook.com/epifaniedalfronte

intervista a cura di Sofia Nannini

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