Architetture per ricordare: il Memoriale della Shoah a Milano


La memoria nascosta sotto i binari di Milano Centrale

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.

Primo Levi

INDIFFERENZA, questa è la parola che ti accoglie al binario 21, utilizzato per il trasporto di merci al di sotto del livello della linea ferroviaria della stazione centrale di Milano. Il grigio ti avvolge.

Memoriale ShoahPerché proprio questa parola? Perché senza l’indifferenza di molti probabilmente le cose sarebbero andate diversamente.

Una donna israeliana inizia così a raccontare quanto avveniva più di mezzo secolo fa in questo luogo. Un video riproduce filmati d’epoca registrati dalla Rai. Sotto lo schermo, uno spazio riempito di sassolini, gli stessi che circondano i binari delle stazioni, ma che hanno un altro grande significato per la popolazione ebraica: essendo nata come popolazione nomade, spesso si trovava a dover attraversare grandi distanze in terra arida, dove i fiori da poter posare sulle tombe non erano presenti; quindi, per commemorare la morte dei propri compagni, si posava un sassolino al di sopra di essa.

Questo luogo si chiama Memoriale della Shoah: non Olocausto, che significa sacrificio, quando nessuno di loro si è sacrificato. Shoah invece ha tutt’altro significato: catastrofe, disastro, ovvero quello che fu.

Perché tutto questo è stato così facile? La popolazione ebraica era presente in Italia da secoli. Più volte vi erano stati movimenti antisionisti, senza però l’obiettivo di voler estinguere questa particolare etnia. Gli stessi ebrei erano così legati allo Stato italiano che si sentivano italiani. Dal 1938 tutto cambia: sono completamente emarginati dal resto della popolazione, diventano abitanti di serie B: non possono più possedere nulla, nessun italiano può lavorare per loro, non possono lavorare a contatto con la popolazione italiana, non possono essere in gruppi di oltre cinque persone, non possono. Perdono così qualsiasi tipo di dignità.

Nel 1943 diventano nemico dello Stato: devono essere deportati. Il tutto deve avvenire con grandissima discrezione, ma allo stesso tempo con grande fretta. Il binario dedicato alle merci viene scelto per mantenere il maggior silenzio possibile: uomini e donne sono caricati sui vagoni, i quali, posti su un carrello mobile, sono poi sopraelevati per il successivo trasporto. Tali vagoni erano generalmente utilizzati per il trasporto dei cavalli: in un vagone grande per otto cavalli venivano stipate cento persone.

Memoriale ShoahProprio lì, accanto ai binari, è appesa una targa con scritto: VIETATO TRASPORTO PERSONE, presente prima che tutto questo accadesse.

Ciò è esempio del grande cinismo che caratterizzava l’organizzazione della deportazione e del successivo controllo dei campi di concentramento. Analoghi esempi sono i celebri cartelli come il lavoro rende liberi, oppure ogni uccello torna al suo nido, utilizzato in seguito a una fuga non riuscita.

Entriamo nei vagoni. Vengono quasi i brividi: buio, luci molto fioche, silenzio, disdegnazione per l’umanità intera, vuoto.

Prima di essere deportati, venivano collocati nella prigione di San Vittore dove erano torturati per divertimento e derisi fino al giorno della partenza per il campo: donne, uomini, anziani, bambini, tutti avevano lo stesso trattamento. Il ricordo ancora vivo nei pochi sopravvissuti è la “pietà” dei detenuti del carcere: prima della loro partenza lanciavano dalle finestre i pochi viveri che avevano. I carcerati furono gli unici a interessarsi e aiutarli.

Per il viaggio, venivano date loro sette gallette. Perché proprio sette? Perché il viaggio per Auschwitz durava sette giorni. Sette giorni d’inferno.

Su un grande telo sono proiettati i settecento nomi degli ebrei appartenenti ai primi due convogli. Di quei settecento, solo ventidue sono sopravvissuti: i loro nomi sono scritti in arancione, tutti gli altri in nero e uno per uno sono ingranditi per ricordarli. Per ricordare i nomi e la vita che hanno perso il giorno in cui sono entrati in quei campi.

Memoriale ShoahLa visita termina poco più avanti. Ci viene suggerito di entrare in un ambiente per riflettere: molto cupo, piccolo, basso, un ambiente che vorrebbe riprodurre la sensazione di sentirsi in gabbia senza via di uscita, senza speranza. La guida scappa subito.

Ci sono luoghi che raccolgono in sé ricordi cupi e tremendi, e questo è uno di quei luoghi. Il loro futuro non deve essere l’abbellimento o la negazione, ma la conservazione di pietre e mattoni entro i quali il destino di numerose esistenze è stato segnato, per poter ricordare, con più forza e consapevolezza.

Alla fine del percorso, vi è un video in cui i superstiti raccontano le loro esperienze. Alcuni di loro sono tornati qui, sono tornati dove la storia si è compiuta, per sapere se quello che vedono oggi è come la loro mente lo ricorda. Ebbene sì, questi luoghi sono identici a come li ricordavano, e trasmettono le stesse sensazioni a loro e a noi ingenui visitatori. Queste pietre raccontano delle vicende che mai potranno dimenticare e che noi mai dovremo dimenticare, né far accadere di nuovo.

di Beatrice Zavattini

per saperne di più:

Il progetto del memoriale è dello studio Morpurgo De Curtis Architetti Associati. I lavori sono iniziati nel 2010 e sono in via di conclusione. Attualmente è possibile visitare il memoriale seguendo le indicazioni pubblicate sul sito.

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