L’anticittà visibile


Dispersioni urbane contemporanee

Così prosegui, passando da una periferia all’altra, e viene l’ora di partire da Pentesilea. Chiedi la strada per uscire dalla città; ripercorri la sfilza dei sobborghi sparpagliati come un pigmento lattiginoso; viene notte; s’illuminano le finestre ora più rade ora più dense. Se nascosta in qualche sacca o ruga di questo slabbrato circondario esista una Pentesilea riconoscibile e ricordabile da chi c’è stato, oppure se Pentesilea è solo periferia di se stessa e ha il suo centro in ogni luogo, hai rinunciato a capirlo. La domanda che adesso comincia a rodere nella tua testa è più angosciosa: fuori da Pentesilea esiste un fuori? O per quanto ti allontani dalla città non fai che passare da un limbo all’altro e non arrivi a uscirne?

Italo Calvino, Le città invisibili, 1972

Tra i racconti onirici de Le città invisibili, Calvino parla di Pentesilea, la città che ha centro in ogni luogo ed è periferia di se stessa. Calvino fa narrare a Marco Polo le storie di numerose città, invisibili e impossibili. Ciononostante, Pentesilea è diventata reale: noi tutti viviamo in un’immensa Pentesilea che estende il proprio essere città in ogni lembo di territorio, unendo diversi centri abitati e scavalcando i confini nazionali. L’Europa, dunque, si è trasformata in un’estesa città diffusa, urbanizzando a macchia d’olio ciò che un tempo era campagna.

Non vi è, infatti, più distinzione tra periferia e centro storico: come afferma Stefano Boeri, la periferia è una condizione mobile, essa non è più ai margini, ma è entrata nel tessuto urbano. Sempre Boeri parla di Anticittà: l’urbanizzazione contemporeanea non è in grado di produrre porzioni di città, ma accentua lo sviluppo incontrollato di ripetute tipologie edilizie che frammentano e al tempo stesso omologano il vivere urbano. L’accostamento senza logica di edifici solitari, come la villetta, il capannone o il centro commerciale, ha modificato il ritmo urbano, dividendo lo spazio in piccole porzioni dalla diversa identità. Non ci si affida più alla piazza o al prospetto del condominio per rivendicare la propria individualità, ma alle singole finiture, al colore delle porte e delle inferriate. E’ proprio questa frammentazione diffusa che distrugge il significato più profondo di spazio urbano, generando quella che Rem Koolhaas chiama la città generica: la Città Generica è l’apoteosi del concetto della pluralità di scelta: segni in tutte le caselle, un’antologia di tutte le possibilità.

Il più importante simbolo di tale città è, senza dubbio, l’aeroporto, il più forte veicolo di diversificazione. L’aeroporto diventa dunque una porzione di spazio iperlocale e iperplanetario, dove si mette in mostra l’identità della città al viaggiatore che, distratto, fa una sosta tra un aereo e l’altro. Non è un caso che l’emblema della città contemporanea e generica sia il nonluogo per eccellenza: aeroporti che ripetono le medesime caratteristiche in ogni angolo del globo, rendendo impossibile non sono la comprensione del luogo stesso, ma anche le relazioni tra singoli individui. Afferma Marc Augé: la loro vocazione principale non è territoriale, non è di creare identità individuali, relazioni simboliche e patrimoni comuni, ma piuttosto di facilitare la circolazione (e quindi il consumo) in un mondo di dimensioni planetarie.

Un altro termine è stato coniato proprio per definire questo tipo di spazi: Koolhaas parla di junkspace, ovvero lo spazio spazzatura, il prodotto costruito della modernizzazione. Il junkspace è l’incontro tra scala mobile e aria condizionata, è l’apoteosi delle citazioni architettoniche, è sgargiante senza essere memorabile.

Inoltre, vi è uno straripante paradosso nelle nostre città, come dice Boeri: viviamo in tessuti urbani che aumentano ogni anno il proprio diametro, pur generando interi deserti al loro interno. Da un lato, il junkspace si estende a ogni funzione, persino alle infrastrutture: le stazioni si dispiegano come farfalle d’acciaio, gli aeroporti scintillano come ciclopiche gocce di rugiada, i ponti uniscono sponde trascurabili come versioni grottescamente ingigantite di un’arpa. A ogni ruscello il suo Calatrava. Dall’altro, la desertificazione urbana di cui parla Boeri è sotto gli occhi di tutti: ogni anno sono svuotati appartamenti e uffici, attività commerciali e industriali. Questo vuoto frammenta il tessuto sociale interno a quello urbano, creando dei buchi neri che sono sotto gli occhi di tutti, accanto ai percorsi quotidiani delle nostre giornate.

Questa è dunque la condizione della città europea: caratterizzata da contrasti e paradossi, dove la perdita d’identità si riflette in caleidoscopiche architetture senza significato. Boeri invita al recupero creativo, al riutilizzo degli spazi abbandonati, per evitare ulteriore consumo di suolo. Tale recupero dev’essere esteso a numerose tipologie edilizie, urbane e non: gli stabilimenti industriali, le cascine rurali, gli uffici postmoderni abbandonati durante la crisi. Ma non solo: il recupero dovrebbe abbracciare anche tutti i nonluoghi della modernità: fornendo a essi un significato identitario e una funzione che vada oltre il mero consumo fugace, sarà finalmente possibile definirli come luoghi dal carattere preciso, e non più banali ripetizioni di spazi identici in tutto il globo. Solo in questo modo, tramite una seria cultura del recupero, si può combattere il dilagare dell’anticittà e il realizzarsi della zuppa di città diluita nella pianura, ovvero la Pentesilea profetizzata da Calvino.

Letture:

Marc Augé, Nonluoghi. Introduzione ad una antropologia della surmodernità, 1992

Stefano Boeri, Anticittà, 2011

Italo Calvino, Le città invisibili, 1972

Rem Koolhaas, Junkspace, 2006

 

di Sofia Nannini

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