Osservare architettura


Tentativo di esaurimento di un luogo parigino: un libro di Georges Perec

Un uomo sceglie una piazza di Parigi. Sceglie alcuni luoghi all’interno di essa – dei caffè, una panchina -, si siede e osserva. Con sé ha una penna e alcuni fogli. Cosa scrive quel signore dalla barba buffa e gli occhi vispi? Perec non sta cercando di scrivere un romanzo, perlomeno non in quei tre giorni di ottobre del lontano 1974. Egli è lì, proprio in quella piazza, proprio in quel momento, per descrivere la vita che accade. Più di un qualsiasi fotografo, più di un qualsiasi storico o urbanista, Perec cerca di riportare nel modo più oggettivo possibile le mille sfumature che una piazza, un luogo pubblico, presenta agli occhi del passante distratto. Annota gli autobus che passano, le insegne che lampeggiano, i cartelli stradali, le automobili, le donne e gli uomini, le nuvole che si dissolvono, i turisti che vagano.

Ci sono elementi fissi di un luogo che tutti notiamo. I monumenti, i negozi, le chiese, i cinema. Li fotografiamo, li narriamo, li ricordiamo. Perec vuole andare oltre: il mio proposito nelle pagine che seguono è stato piuttosto descrivere il resto, quello che generalmente non si nota, quello che non si osserva, quello che non ha importanza. Perec descrive i dettagli di cui le nostre vite sono composte, e che puntualmente ignoriamo, mentre corriamo da un punto all’altro della città, mentre cerchiamo il nostro autobus con la coda dell’occhio.

Nessuno vede mai passare gli autobus, a meno che non ne aspetti uno.
Egli, a occhi aperti, osserva la città, la sua Parigi, dispiegarsi davanti a sé, senza cercare una ragione per gli avvenimenti, solo riportandone traccia sulla carta. Per non dimenticare, forse, o per vedere finalmente ciò che non si è mai visto.

Sembra quasi che l’architettura non abbia nulla a che fare con le riflessioni di Perec. E invece essa è protagonista latente, nascosta dietro il passaggio delle biciclette e la pioggia sottile dell’autunno francese.
Quando un architetto progetta, vuole davvero che il proprio edificio sia osservato con gli occhi di Perec? L’architetto è colui che cerca di camuffare i dettagli, le crepe nell’intonaco, le muffe, lo sporco. Lo scrittore, invece, guarda ciò che l’architetto non vuole che sia visto. Osserva ciò che è stato costruito, non solo le facciate e le coperture e le finestre, ma le persone e gli oggetti che si muovono nel loro anonimato, tra graffi e rifiuti, tra rumori e gas di scarico, tra le attese e gli incontri. Perec ci trasmette un elenco continuo di movimenti, di passaggi, di attimi che altrimenti sarebbero stati dimenticati, o neanche mai notati.

Tutto questo descrivere e ricordare modifica l’architettura? Il fatto di osservare un luogo dal Café de la Mairie o dai Tabacchi Saint-Sulpice ci dà una visione diversa di ciò che accade?
Perec lavora esattamente come Monet davanti alla sua cattedrale. Il luogo fisico è sempre lo stesso, cambiano le variabili dell’istante: la luce, il traffico, una signora che passa, un turista, un cane.

Bevo una Vittel mentre invece ieri prendevo un caffè (in che cosa questo trasforma la piazza?)

Modifico un luogo, se compio alcuni gesti e non altri? Il fatto di attendere un particolare autobus e non un altro, o di camminare da soli e non con qualcuno, modifica la nostra percezione dell’architettura in cui siamo immersi?

Perec non si pone troppi interrogativi, non vuole scalfire la filosofia delle cose. Si limita alla superficie, si limita al luogo in cui perennemente viviamo e di cui siamo sempre ignari.

Dov’è l’architettura, in tutto questo?
E’ ovunque, ma non si nota. L’architettura è ciò che ci circonda, è come aria, ci sostiene e ci dà un palcoscenico, ma esattamente come a teatro, ne diventiamo assuefatti, la dimentichiamo, la assumiamo come costante.
Solo mettendosi da parte, solo concentrandosi e armandosi di nuovi occhi si può notare l’architettura, la vera architettura: non quella delle riviste, dei libri, ma quella delle strade, delle case, quella che cambia se varia il clima o lo spettatore.

Architettura è dunque un caffè pieno di avventori, o un caffè vuoto. E’ un incrocio di strade trafficato nell’ora di punta, è un gruppo di persone che si riuniscono davanti a una chiesa, è una signora che passa con dei fiori in mano. Noi tutti siamo e facciamo architettura, inconsapevolmente, dimenticandola un passo dopo l’altro, e notandola solo quando essa è brillante, colorata, pulita. In questo sbagliamo, di continuo, e la lezione di Perec non può che esserci d’aiuto.

Tutti i dettagli di cui sono composte le nostre esistenze creano l’architettura in cui nasciamo e viviamo. Non dobbiamo considerare minori alcuni luoghi solo perché sono anonimi, sono grigi, sono banali. L’architettura è soprattutto nei luoghi di ogni giorno, nei percorsi quotidiani, nelle abitudini. E se ogni tanto vediamo qualcuno che scrive, seduto al tavolino di un bar, pensiamo a Perec, e ricordiamoci di osservare meglio, di osservare ancora.

 

di Sofia Nannini

 

Georges Perec, Place Saint Sulpice, ottobre 1974

Georges Perec, Place Saint Sulpice, ottobre 1974

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