Tutto è paesaggio


Michele Buda

Michele Buda

Una fotografia di Michele Buda ritrae un muro. E’ un’immagine in bianco e nero, dove il grigio del cemento prevale su ogni particolare. La parete è rovinata, quasi umida, sporca. Vaghe linee orizzontali danno un senso di profondità a questa vista, altrimenti così monotona.Poco lontano, William Guerrieri presenta due viste di scorcio, come se fossero rubate, di un liceo piacentino. Lo scalone che ogni studente sale la mattina, con leggerezza; le foglie secche calpestate nel cortile, un muretto così anonimo e così simile all’idea dell’oggetto stesso.La quotidianità opaca e un po’ appannata dei mezzi pubblici è descritta dalle fotografie di Giovanni Zaffagnini, che narrano il mondo attraverso i vetri degli autobus. Le strade, le case, il mondo filtrato attraverso le stesse lenti che ogni mattina ci accompagnano sui mezzi pubblici; il mondo ridotto a immagine sfocata, graffiata, ricoperta da scritte a pennarello.Queste immagini e molte altre sono state presentate alla mostra Tutto è paesaggio, a cura di Piero Orlandi, dalle associazioni Duepuntilab e Spazio Lavì.L’intento della mostra è di raccontare, attraverso la poesia di numerosi fotografi contemporanei, quella che è la vita di tutti i giorni, la vita anonima nelle nostre città e nelle nostre abitazioni. Nessun paesaggio grandioso, nessun modello: solo grigi muri di cemento, solo il centro trafficato di Melbourne (Fabio Mantovani) o visioni al neon di lunapark semivuoti (Betty Zanelli).Se qualcuno tenta di catturare i grandi luoghi, come New York City o il Vaticano (Giovanni Hänninen), essi sono restituiti con sottile ironia e rispetto, senza aggrapparsi alle consuetudini dei panorami già noti.Perché il vero dramma delle nostre città non è solo l’abbandono dei monumenti, il degrado dei grandi simboli, ma è la mancanza di attenzione per i dettagli, per le scale che percorriamo tutti i giorni, per l’autobus su cui saliamo o i volti delle persone che incontriamo (Matilde Piazzi). Ed è la nostra poca attenzione che ci fa sorridere con nostalgia davanti a queste fotografie, perché in esse riconosciamo la nostra esistenza, seppur piccola e banale; in essa non riconosciamo solo dei luoghi fisici, ma delle sensazioni, degli odori.

Giovanni Hanninen

Giovanni Hanninen

Solo osservando a lungo queste visioni anonime possiamo finalmente comprendere che anonime non sono, perché parte di noi. Il titolo della mostra non è affatto casuale: il paesaggio non è solo la cartolina, non è solo la grande opera d’arte; il paesaggio siamo noi, sono le strade che percorriamo e gli oggetti che utilizziamo (Mili Romano); sono i panni stesi ad asciugare che un giovane Gabriele Basilico ritrae magistralmente per le vie di Glasgow.Visitando questa mostra, noi, sconosciuti personaggi di luoghi troppo noti, impariamo a vedere, a osservare davvero il palcoscenico entro il quale ci muoviamo; un palcoscenico spesso sporco e crepato, ma che più di ogni grande architettura dà il necessario spazio al nostro fluire.

di Sofia Nannini

link: duepuntilab

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