Pensare architettura


zumthor (1)

In architettura sono frequenti i manifesti, le grandi teorie, i lunghissimi elenchi di idee rivoluzionarie. L’architetto che, dopo il lavoro di anni, prende la penna e scrive, ha sempre la volontà di fondare una nuova disciplina. Al contrario, Peter Zumthor non osa nulla di tutto ciò. Si allontana dalla presunzione del manifesto e del genio e, semplicemente, parla della propria professione in lunghe conferenze universitarie. Il verbo pensare, accostato a una disciplina come l’architettura, può sembrare fuori luogo. L’architettura è disegnata, costruita, fotografata, qualche volta vissuta – mai veramente pensata. Pensare è un’azione lenta, troppo riflessiva per poter contenere il desiderio di toccare con mano il lavoro di mesi.Tuttavia, nonostante la fretta che caratterizza i nostri tempi e le nostre idee, ci sono architetti che ancora si interrogano sul significato dell’architettura e, propriamente, la pensano.Peter Zumthor è tra questi. Le delicate riflessioni sull’architettura, il ricordo e i materiali sono il cardine dei vari testi che compongono la raccolta Pensare architettura.Progettare per Zumthor è evocare ricordi perduti, è rivelare la poeticità dei materiali usati.L’architettura non è più una vaga presenza nella nostra vita, ma è la densa corporeità che accoglie il ritmo dei passi sul pavimento.Se nel mondo attuale tutto è simbolo e le cose reali rimangono nascoste, l’architettura che costruisce Zumthor è, semplicemente. Egli ricerca l’autentico, l’intero, il silenzioso. Non pretende nemmeno di parlare di spazio: è sufficiente il luogo che la singola costruzione definisce, carico di ricordi e suggestioni che abbracciano il visitatore.E se il luogo è fondamentale, la temporalità a esso legata diventa fulcro dell’architettura. Un buon edificio assorbe le tracce della vita umana. Il tempo che scorre non solo scalfisce i materiali, ma soprattutto aggiunge valore all’edificio e lo rende garante della realtà della vita che in esso avviene. La riflessione di Zumthor sul proprio modo di progettare lo lega fortemente a Mies Van Der Rohe: non si parte da immagini mentali da adattare al compito, bensì si cerca la riposta ai quesiti che uniscono i materiali, il luogo e il compito stesso.Solo da tali risposte nasce una struttura, una forma. Fare architettura non è creare forme originali; essa è intesa a ospitare l’uomo  e questa semplice funzione è la sua potenza. Zumthor si concentra sulle proprietà intrinseche dei luoghi che costruisce: la luce, gli odori, i materiali che avvolgono gli spazi creati. L’architettura non è nulla di più.L’architetto stesso non deve ritrarsi nei luoghi che progetta; alla fine del processo costruttivo, egli si ritira e l’edificio può fare a meno della sua personale retorica. Infine, progettare è ricercare bellezza. Essa non è solo armonia o forma: la bellezza è una sensazione. Creare bellezza è rendere giustizia al costruito e dare valore alle esperienze reali di chi lo vive.Le parole di Zumthor esprimono una chiarezza formale che nasce dal suo sincero approccio al costruire. L’architettura non è solo un pensare razionale e geometrico, ma è una continua ricerca di sensazioni e ricordi. E’ uno scavare proustiano nella memoria degli edifici che abbiamo attraversato e il tentativo di farli rinascere in quelli che progettiamo. Citando Heidegger, Zumthor afferma che siamo sempre in un mondo di cose. Sono le cose concrete e reali che formano l’architettura e le uniche idee di cui essa è portatrice sono scritte nelle cose stesse. Un buon progetto è saggio e sensuale: questa è l’atmosfera che Zumthor vuole ricreare nelle sue opera. Nessuna astrazione: l’architettura è sempre materia concreta. Egli progetta per creare un senso di calorosità, per costruire un ponte tra la tradizione locale e il mondo esterno. Più di ogni altro, Zumthor progetta per dare un giusto luogo alla nostra esistenza.

Sofia Nannini

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