Museo della Memoria di Ustica


C’è un luogo, a Bologna, che un tempo era dedicato ai tram, i vecchi tram di cui sono state tolte le rotaie in giro per la città. La stazione delle tramvie di Bologna è ormai un ufficio, ma accanto ad essa sono stati recuperati i capannoni, depositi dei mezzi. Uno di essi ospita uno dei musei più sconvolgenti che mai si possa visitare; è tornato a essere un deposito, di frammenti e di memoria.Si apre la porta e si entra in un ricordo. Davanti agli occhi giace, immobile in una vasca di cemento, il gigante dei cieli, l’aereo DC-9 Itavia I-TIGI. Si appoggia su una gabbia metallica, che lo supporta e lo tiene in piedi.  E’ completamente smembrato, squarciato, si è sbriciolato sotto forze più potenti, ma chiunque lo riconosce. Lo hanno riportato qui da molto lontano, dalle profondità, lo hanno ritrovato e ricomposto come fosse una scultura; lo hanno curato, lo hanno riportato in vita. Ora è salvo, finalmente. Ora è a casa. Tuttavia, a casa non sono tornate le ottantuno persone che in esso respiravano. Nessuno degli ottantuno passeggeri di quel volo tornò a casa, nessuno fu salvato dalle profondità. Di loro non è rimasto altro che il ricordo e alcuni oggetti: vestiti, racchette spezzate, libri, pinne. Oggetti salvati dal mare, e chiusi per sempre in alte casse ricoperte da drappi neri. Reliquie che non si possono toccare né vedere, di cui va onorato il solo silenzio. Non conosciamo le voci di coloro che morirono quel lontano ventisette giugno millenovecentoottanta. Il loro ricordo è eredità preziosa dei loro familiari. Ciononostante, le possiamo immaginare. Ci possiamo immedesimare nei loro pensieri al punto da farli nostri, perché in fondo abbiamo tutti gli stessi pensieri, le stesse paure. E’ per questo che Boltanski, l’artista francese che ha curato l’installazione del museo, ha deciso di registrare ottantuno voci che sussurrano brevi frasi. Sono preoccupazioni, speranze, emozioni, brevi riflessioni. Potrebbero essere state davvero pensate, nei secondi prima dell’esplosione. Potremmo pensarle anche noi, in qualunque momento della nostra vita.Sono ottantuno sussurri che vibrano come le onde del mare per tutta la grande sala del museo. Rimbalzano tra le muri, sui frammenti dell’aereo, sui visitatori. E provengono da ottantuno specchi appesi alle pareti, specchi neri come le profondità dei mari. Sono specchi sui quali non ci si può riflettere, perché in essi viene assorbita tutta la luce, perché rappresentano qualcuno che più non c’è e con il quale non si può comunicare. Sono neri come le nere casse che contengono gli oggetti personali delle vittime, sono scrigni di voci che sembrano venire da molto lontano, da un tempo passato.Dal soffitto pendono ottantuno lampadine nude, ad altezze diverse. La loro intensità varia nel tempo, la luce soffoca e ritorna, soffoca e ritorna, seguendo il ritmo del mare, senza mai spegnersi.Si cammina dunque attorno alla carcassa di ciò che fu, immersi nel suono di voci senza volti e con una pesantezza amara nel cuore. Si cammina una, due, tre volte attorno al gigante sbriciolato. Si ascoltano i sussurri uno per uno. Si abbassa la testa di fronte all’ingiustizia, alla fatalità, alla forza umana che è stata necessaria per ricongiungere tutto e riportare a casa il ricordo. Si richiude la porta, e si piange.

di Sofia Nannini
Museo per la Memoria di Ustica
Via di Saliceto 3/22, Bologna
Orari di apertura:
venerdì, sabato e domenica : h.10:00-18:00 ingresso gratuito

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