Pier Luigi Nervi e la “Cultura Politecnica” della Scuola Bolognese


Pier Luigi Nervi (1891-1979) was undoubtedly one of the leading figures of twentieth century architecture: a builder and tireless experimenter with materials, building techniques and forms; a teacher and a theoric of construction.The fact he was able to join together the two characters of the Engineer and the Architect was one of the key factors that made his innovative constructions possible.He built this professional skill of Engineer-Architect during his studies at the Application School for Engineers of Bologna, thanks to his masters’ teachings and to the experiences of professional practice, both oriented towards an interdisciplinary approach and by a bold will of experimentation.

Il discorso pronunciato nel 1963 in occasione del conferimento della prestigiosa medaglia Emil Mörsch per l’Architettura delDeutsche Beton Verein, è una delle rare occasioni pubbliche in cui Pier Luigi Nervi (1891-1979) parla del periodo della sua formazione, enunciandone gli elementi fondanti:

«L’Egregio Presidente, nel parlare in modo tanto lusinghiero delle mie attività, ha detto una cosa gentile ed esatta: che ho “trovato nella culla” la fortuna di poter riunire i tre elementi base di qualsiasi opera architettonica, lo studio tecnico, la ricerca dell’espressività estetica, la soluzione di problemi realizzativi».

Nervi, straordinaria figura poliedrica di progettista, teorico, docente, costruttore e imprenditore, è stato senza dubbio uno dei protagonisti dell’architettura e dell’ingegneria del Novecento. Proprio l’essere riuscito a unire in sé le due figure – ormai da tempo radicalmente distinte, nella formazione come nelle competenze professionali – dell’ingegnere e dell’architetto, è stato uno dei fattori-chiave che ha reso possibili le sue innovative realizzazioni, nelle quali la capacità di inventare di nuove forme non è disgiunta dalla capacità di costruirle.Questo profilo professionale di ingegnere-architetto si è costruito negli anni di studio alla Scuola di Applicazione per Ingegneri di Bologna, durante i quali si sono definiti i caratteri che hanno composto lo scheletro portante del suo pensiero e della sua opera: grazie agli insegnamenti ricevuti dai suoi maestri e alle esperienze di conoscenza e di pratica professionale, orientati all’approccio interdisciplinare, alla coraggiosa volontà di sperimentazione e alla profonda conoscenza della realtà tecnica e costruttiva[1].

Antonucci fig. 1


Regia Scuola di Applicazione per Ingegneri (Archivio Storico dell’Università
di Bologna).

Se molto si è detto e scritto del pensiero e dell’opera di Pier Luigi Nervi, soprattutto negli ultimi anni nei quali c’è stato un grande risveglio dell’interesse degli studiosi e della critica nei suoi confronti, forse pochi sanno che si è laureato in Ingegneria a Bologna, dove la sua famiglia, di origine ligure, si era stabilita nel 1908 dopo lunghi anni di spostamenti dettati dalla carriera del padre Antonio nelle Regie Poste.Nei decenni successivi all’Unità, Bologna aveva acquisito un ruolo strategico a livello regionale e nazionale, emergendo naturalmente al vertice di una gerarchia territoriale amministrativa, commerciale e infrastrutturale. La città a cavallo tra XIX e XX secolo mostra una grande vitalità, percorsa dalla ventata innovativa di un clima culturale vivace e cosmopolita, grazie in particolare ai professionisti e agli intellettuali legati all’università, che si contrappongono all’immobilismo di strutture produttive ancora in gran parte legate a un contesto locale e alle tecnologie tradizionali[2].Il rapporto tra modernizzazione urbana e formazione dei tecnici e dei professionisti locali che hanno il compito e l’occasione di attuarla è strettissimo. La Regia Scuola di Applicazione per Ingegneri di Bologna, nata ufficialmente nel 1875 nella scia del processo di sviluppo e modernizzazione delle università avviato nell’Italia postunitaria, costituisce uno dei centri nevralgici del fermento sociale e culturale che anima la città, facendosi portatrice di quella “cultura politecnica” che unisce teoria e sperimentazione e incanalando “in tempo reale” nella didattica l’attenzione ai contemporanei sviluppi dell’architettura e soprattutto delle tecnologie costruttive e produttive[3].L’organizzazione didattica è basata sulla divisione del ciclo di studi in un biennio propedeutico affidato alle università, incentrato sugli insegnamenti fisico-matematici, e in un triennio in cui sono impartiti gli insegnamenti tecnico-professionali che si svolge propriamente nelle Scuole di applicazione. Il diciassettenne Nervi si iscrive alla fine del 1908 al biennio propedeutico dell’università bolognese presso la facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, dove segue le lezioni di personaggi di primo piano in Europa tra Otto e Novecento, che certamente contribuiscono ad aprirgli lo sguardo verso le conquiste scientifiche che si accavallano a ritmo incalzante e verso le nuove idee culturali e artistiche in continuo fermento: tra gli altri, il celebre matematico Salvatore Pincherle, uno dei “padri” dell’analisi funzionale; Federigo Enriques, autore di fondamentali studi sulla geometria algebrica, oltre che apprezzato storico e filosofo della scienza; Giacomo Ciamician, chimico organico di fama internazionale e pioniere della cosiddetta energia pulita; Augusto Righi, fisico candidato al premio Nobel per i suoi studi sull’elettromagnetica, maestro di Guglielmo Marconi; l’architetto, ingegnere e archeologo bolognese Antonio Zannoni.Al termine del biennio nel 1910, determinato a seguire la sua vocazione per l’aeronautica, Pier Luigi fa domanda per l’ingresso nell’Accademia Militare di Torino, ma con sua grande delusione viene respinto: decide dunque di concludere gli studi universitari iscrivendosi nel novembre dello stesso anno al triennio della Scuola di Applicazione per Ingegneri dell’Università di Bologna, dove consegue il Diploma di Ingegnere civile il 28 luglio 1913. Del progetto presentato come tesi di laurea non è rimasta traccia negli archivi, né se ne fa mai menzione nei suoi interventi di cui abbiamo testimonianza[4].

Il ponte sul torrente Sterza a Casino di Terra presso Pisa, realizzato dalla Società Anonima di Costruzioni Cementizie (Foto Archivio Bianchini, Firenze)

Il ponte sul torrente Sterza a Casino di Terra presso Pisa, realizzato dalla Società Anonima di Costruzioni Cementizie (Foto Archivio Bianchini, Firenze)

Due in particolare sono i docenti della Scuola di Applicazione bolognese che giocano un ruolo chiave nella formazione di Nervi, quelli che potremmo definire il “maestro di metodo” e il “maestro di pratica costruttiva”: Silvio Canevazzi e Attilio Muggia.Silvio Canevazzi (1852-1918) è uno dei pionieri dello sviluppo della Scienza delle costruzioni e dello studio e regolamentazione dell’uso del cemento armato in Italia. Egli è tra i primi a introdurre nei corsi universitari le teorie sulle costruzioni in cemento armato, e nel suo corso di Meccanica Applicata alle Costruzioni è annesso un Laboratorio sperimentale dove gli studenti hanno la possibilità di effettuare esperienze e prove sulla resistenza dei materiali, ritenute pratica fondamentale da affiancare alle lezioni teoriche.

Antonucci fig. 4

Frontespizio di Meccanica applicata alle costruzioni, lezioni svolte
dal Prof. Ing. Silvio Canevazzi nell’anno scolastico 1907-1908 presso la
Real Scuola d’Applicazione per gli ingegneri in Bologna.

Canevazzi stesso non manca mai di sottolineare l’importanza delle applicazioni pratiche, che spesso contraddicono i calcoli preventivi, per verificare il comportamento delle strutture in cemento armato: dal suo maestro, l’allievo Nervi impara che i risultati ottenuti con l’applicazione delle formule teoriche devono essere uniti e completati dall’indagine sperimentale, dall’osservazione della realtà e dalla comprensione intuitiva del comportamento statico delle opere edilizie[5].Figura in certo modo complementare a Canevazzi è quella di Attilio Muggia (1860-1936), ordinario di Architettura tecnica e di Costruzioni civili e rurali, relatore di tesi di laurea e primo datore di lavoro di Nervi: personaggio carismatico, tra i protagonisti dell’ingegneria italiana del primo Novecento, che ha sempre unito l’intenso impegno scientifico e didattico alla prolifica attività di professionista e costruttore. Al ruolo di docente, che lo porta ad approfondire le sue conoscenze nelle discipline sia tecniche sia teoriche, Muggia unisce una prolifica attività professionale imprimendo la sua forte impronta nella costruzione di una Bologna moderna dopo l’Unità, dove realizza a partire dagli anni ’90 dell’800 un gran numero di interventi e architetture[6].La sua carriera trova però una svolta fondamentale nella specializzazione in opere di grande complessità strutturale, realizzate impiegando con straordinaria abilità il nuovo materiale costruttivo che sta conoscendo una rapida e irresistibile diffusione in Europa: il cemento armato. Muggia è infatti concessionario dal 1898 per l’Italia centrale (Emilia-Romagna, Toscana, Marche) del nuovo sistema di costruzioni in cemento armato brevettato nel 1892 dal francese François Hennebique, tecnologia costruttiva della quale è sin dagli inizi entusiasta sostenitore, impiegandola nei suoi progetti e introducendola nella didattica della Scuola di Applicazione bolognese, «configurandosi come il vero traghettatore a Bologna di un sapere tecnico di respiro europeo» [7]. Nel 1908 fonda insieme all’ingegnere fiorentino Leone Poggi la Società Anonima per Costruzioni Cementizie, che diventa in breve tempo una delle imprese leader nel campo delle costruzioni in c.a., ottenendo uno straordinario numero di commesse pubbliche e private su tutto il territorio nazionale: scorrendo il lungo elenco dei progetti e dei lavori realizzati, si ottiene il quadro di un’estesa produzione in tutti i campi della costruzione. Proprio nelle Cementizie il giovane neoingegnere Nervi inizierà la sua formazione professionale, lavorandoci per dieci anni immediatamente dopo la laurea nel 1913, prima a Bologna e poi a Firenze: grazie a questa esperienza ha così modo di apprendere, oltre alle necessarie conoscenze teoriche acquisite con la formazione universitaria, anche l’altrettanto importante pratica “sul campo” nei processi progettuali, nell’applicazione delle tecnologie costruttive e nel cantiere[8].La sua formazione nella Scuola di Applicazione di Bologna ha sempre avuto per Nervi un ruolo centrale, come ama sottolineare frequentemente nei suo scritti e nei suoi discorsi. Egli sa che una preparazione didattica di qualità e di impostazione “politecnica” è fondamentale per la formazione di un buon progettista: nella fredda lucidità delle sue riflessioni, per la maggior parte di tono tecnico e scientifico, trova accenti insolitamente appassionati quando parla della preparazione dei futuri architetti e ingegneri.Nel 1947 Nervi pubblica un breve articolo intitolato Corretto costruire, accompagnato da uno schema di efficace evidenza grafica formato con le parole-chiave sempre presenti nei suoi scritti sull’architettura: al centro in maiuscolo Corretto costruire, attorniato, a formare quasi la figura di un sole con i suoi raggi, dai termini: Scienza, Arte, Tecnica, Fattori economici, Organizzazione industriale, Valori umani, Valori sociali, Intelligenza del committente. In conclusione della sua breve esposizione, in cui prende in considerazione tutti questi fattori che concorrono a determinare l’ideazione e la realizzazione costruttiva e ne auspica l’armonica combinazione, egli conclude evidenziando l’importanza della didattica e della corretta formazione degli architetti per giungere a tale risultato:

 «L’attuale distacco della massima parte degli architetti dal mondo statico ci dà l’unica spiegazione plausibile della deplorevole banalità strutturale con cui negli ultimi decenni sono stati trattati i più grandiosi temi costruttivi. (…) Non mi nascondo tuttavia che i modi e la misura di questo cambiamento di indirizzo sono molto delicati specialmente nel campo didattico ove se ne sente più il bisogno; è per questo che mi permetto di richiamare sull’importante argomento l’attenzione di quanti hanno a cuore l’arte del costruire».[9]

 Il buon progettista per Nervi è una figura quasi vitruviana: un tecnico e insieme un uomo di cultura vasta ed eclettica, nella quale devono confluire tutti i rami del sapere; un bravo costruttore e insieme un artista, capace di conferire bellezza alla sua opera.Proprio per questo egli critica spesso la troppo rigida divisione tra architetti e ingegneri, e la frammentazione della preparazione universitaria dei progettisti nelle Facoltà di Ingegneria e di Architettura. Ciò che servirebbe, sostiene, è una scuola che formasse quelli che chiama dei “progettisti strutturali”, che uniscano “senso statico” e “sensibilità estetica”:

 «Nel nostro paese, e con poche differenze negli altri, i futuri tecnici e progettisti di tutto il vasto campo del costruire, vengono formati in due ambienti universitari: le Scuole di Architettura e quelle di Ingegneria Civile.(…) Le necessità didattiche, che accentuano l’importanza del disegno, l’abitudine a studi di critica architettonica di carattere essenzialmente formale, la scarsa accentuazione da parte di molti docenti della ineluttabile necessità di un valido corpo costruttivo per qualsiasi fatto architettonico, fanno sì che quasi inconsapevolmente lo studente delle Facoltà di Architettura sia portato a vedere nell’opera architettonica un qualcosa di astratto che si identifica con il graficismo che la rappresenta. (…) Per contro lo studente di ingegneria è portato, sia dai programmi, sia dalla abitudine alla ricerca matematica, comune a molti docenti, a vedere ogni problema costruttivo sotto l’aspetto astratto del complesso di formule e sviluppi teorici, capaci di inquadrare e risolvere il relativo problema statico. (…) Cosicché si può dire che di fronte a un nuovo problema strutturale l’abitudine mentale del neo-architetto è quella di pensare a una forma, e quella del neo-ingegnere quella di indirizzarsi verso un bel procedimento di calcolo. L’uno e l’altro dimenticano che una struttura non è che un sistema di reazioni e sollecitazioni interne, capace di equilibrare un sistema di forze esterne e che, per conseguenza, deve essere concepita come un organismo materiale diretto a quel preciso scopo.(…) A mio modo di vedere è dunque necessario che il progettista strutturale si formi una particolare abitudine mentale: da una parte l’assenza di preconcetti formali nel senso di essere disposto a seguire gli indirizzi e i suggerimenti obiettivi che gli verranno dati dalla statica o dalle esigenze costruttive, dall’altra la fiducia che accettando tali suggerimenti, e definendoli con amore e instancabile cura, potrà trovare la più eloquente espressione della propria personalità»[10].

 Forse oggi, con tutta probabilità, il giovane studente Nervi a Bologna si iscriverebbe al Corso di Laurea in Ingegneria Edile-Architettura.

Prof.Arch.Micaela Antonucci
Note

[1] Sulla formazione universitaria e professionale di Pier Luigi Nervi a Bologna, si rimanda alla trattazione più diffusa in M. Antonucci, Pier Luigi Nervi studente e docente: la formazione dell’ingegnere-architetto in La lezione di Pier Luigi Nervi, a cura di A. Trentin, T. Trombetti, Milano 2010, pp. 1-23.[2] Tra la sterminata bibliografia sulla storia socio-politica, economica e culturale bolognese si vedano almeno come riferimenti: Atlante storico delle città italiane. Bologna, a cura di F. Bocchi, Bologna 1998, vol. IV: G. Greco, A. Preti, F. Tarozzi, Dall’età dei lumi agli anni Trenta (secoli XVIII-XX); G. Cavazza, Bologna dall’età napoleonica al primo Novecento (1796-1918), in Storia di Bologna, a cura di A. Ferri, G. Roversi, nuova ed. aggiornata, Bononia University Press, Bologna 2005, pp. 257-347, con bibliografia. In particolare sulle vicende urbane e architettoniche, si veda Norma e arbitrio. Architetti e ingegneri a Bologna 1850-1950, Catalogo della mostra (Bologna, 20 maggio-14 ottobre 2001), a cura di G. Gresleri, P. G. Massaretti, Venezia 2001.[3] Sulla storia e la struttura didattica della Scuola, si vedano come riferimenti principali: Regia Scuola di Applicazione per Ingegneri di Bologna, Commentarii dell’organizzazione e di un trentennio di vita della Scuola ed Annuario per l’anno scolastico 1908-1909, a cura di J. Benetti, Bologna 1909; C. G. Calcagno, Un istituto per la formazione degli ingegneri: la «Scuola di Applicazione» di Bologna, in Innovazione e modernizzazione in Italia tra Otto e Novecento, a cura di E. Decleva, C. G. Lacaita, A. Ventura, Milano 1995, pp. 262-296.[4] Il figlio Mario Nervi ricorda in un suo intervento, parlando della palazzina in lungotevere Arnaldo da Brescia a Roma, che «la elegante scala elicoidale che ne caratterizza fortemente l’interno l’ho ritrovata nel progetto di una banca (Bologna 1913), tema da lui scelto per la tesi di laurea» (M. Nervi, L’insegnamento professionale e universitario di P. L. Nervi, in Nervi oggi: scritti dalle mostre e dai convegni, a cura di L. Ramazzotti, Roma 1983, p. 66).[5] Sulla figura e l’insegnamento di Canevazzi a Bologna, si veda T. Trombetti, Forma e formule: il “tecnico filosofo” e la ri-costruzione di una disciplina, in La lezione di Pier Luigi Nervi, cit. pp. 25-43.[6] Attilio Muggia. Una storia per gli ingegneri, a cura di M. B. Bettazzi, P. Lipparini, Bologna 2010.[7] G. Gresleri, Lo “stile del conglomerato cementizio armato”, Attilio Muggia e la scuola di Bologna, in Un maestro difficile. Auguste Perret e la cultura architettonica, a cura di G. Gresleri, Edizioni GAM, Torino 2003, pp. 180-215. In generale sull’introduzione in Italia del sistema Hennebique, si veda R. Nelva, B. Signorelli, Avvento ed evoluzione del calcestruzzo armato in Italia: il sistema Hennebique, Edizioni di Scienza e Tecnica, Milano 1990.[8] Sull’esperienza di Nervi nella SACC, si rimanda al già citato M. Antonucci, Pier Luigi Nervi studente e docente, con notizie e bibliografia più approfondite.[9] P. L. Nervi, Corretto costruire, in “Strutture. Rivista di scienza e arte del costruire”, 1, aprile 1947, pp. 4-5.[10] P. L. Nervi, Nuove strutture, Milano 1963, pp. 7-9.

link:

Articolo pubblicato in “IN_BO. Ricerche e progetti per il territorio, la città e l’architettura”, Vol. 3, n.5 (2012), Università di Bologna, pp. 309 – 316, doi:10.6092/issn.2036-1602/3492 (http://in_bo.unibo.it/article/view/3492)

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