Cercando un terreno comune


In un panorama di appiattimento generico dei linguaggi, ricercare un “terreno comune” è operazione rischiosa ma potenzialmente prolifica. Rischiosa, perché se l’operazione non è condotta con rigore critico si rischia di svelare il “banale”, di prendere fatalisticamente atto di una convergenza simbolica ed estetica in cui giocano un ruolo preminente quanto nocivo i media di massa (nella misura in cui il medium soppianta il mediato); potenzialmente prolifica, perché se il terreno comune trascende le soluzioni estetiche per ritrovare il senso del tempo attuale, allora la Biennale potrebbe fecondare un azzeramento e una ripartenza della teoria dell’architettura, che così finalmente potrebbe misurarsi coi problemi dell’attuale crisi (potenzialità che d’altro canto la Biennale pare  aver perso dagli ’80)

Questo annotavo mentre viaggiavo verso Venezia, alla volta della Biennale.

Terminata la visita, osservando da un belvedere dei Giardini i vaporetti e le lance saettare tra il Lido e San Marco un po’ meno lirici degli antenati che un giorno imbarcarono Thomas Mann, ho pensato che il rischio paventato ore prima s’era tremendamente concretizzato.

Urta in primis che l’operazione critica sia demandata agli invitati, secondo la moda sgarbiana (aggettivo già di per sé sufficiente a screditare la prassi) s-consacratasi alla Biennale Arte dell’anno scorso. Ne consegue che più di un “terreno comune” sono stati mostrati “appezzamenti comuni”, a volte confinanti, a volte incomunicabili tout-court. La mancanza d’uno sguardo unitario che ne è conseguito deve essere fruttata a Chipperfield l’idea-toppa di un fil rouge (lo definirei piuttosto rosa pallido) che emergesse episodicamente tra le sale: la scelta è ricaduta sulla collezione fotografica “Inconscio urbano” di Thomas Struth.

Panorami urbani accomunati dallo squallore periferico, dalla sfilata di nastri d’asfalto a perdita d’occhio, dalle luci notturne di vistose pubblicità ammiccanti, o dalla contaminazione città-campagna fallimentare delle megalopoli sprogrammate. Operazione inflazionata e già apparsa su fiumi di riviste di settore (e non). Il che non sottrae alcunché alla perizia tecnica del fotografo, e alla sua consueta capacità di leggere microcosmi nell’accumulo inflazionistico (per l’appunto) di sovrastrutture del consumo, quasi un moderno barocco.

L’elenco delle soluzioni prospettate dagli invitati vale a negare il ritrovamento d’un vero terreno comune, poiché tra l’urbanistica hausmanniana di Hans Kollhoff, l’inno ai materiali poveri e alle forme vernacole di Anupama Kundoo, i clamori monumentali della Hadid, l’intellettualismo ancora un po’ novecentesco dell’Urban-think tank,  si stagliano fiumi di teorie e ideologie.

Ecco appunto focalizzato il problema: l’analisi messa in opera dagli invitati è rimasta sul piano ideologico o peggio estetico, senza mai lasciarsi precipitare, decomporre, carnificare nello status di terreno che il titolo suggeriva, ove pure sarebbe stato possibile nonostante apparati visivi così divergenti.

Terreno, o suolo, che dal latino indicano “ciò su cui si va”: il supporto che consente quel passaggio nello spazio e nel tempo che è la vita come, in sostanza, anche l’architettura. Questa dimensione minima ma fondamentale del creare dovrebbe precedere l’indagine formale e addirittura aborrire il virtuosismo di certi episodi in mostra, come la tonitruante Filarmonica dell’Elba: il concept dell’opera di Herzog & De Meuron galleggia in una galleria tappezzata di prime pagine dai quotidiani. Puro protagonismo dell’in-formazione, che all’opposto di un terreno-supporto fluisce incessante mutandosi\ci di continuo.

Certo, è pur sempre la fenomenologia dell’architettura l’appiglio di ogni ermeneutica: il paradigma della biennale poteva, dunque, o doveva, partire da una serrata interrogazione delle forme, alla ricerca dell’energia primigenia del gesto finale. Tra le parti migliori del percorso nei magazzini dell’Arsenale è dunque sicuramente quella curata dallo studio Cino Zucchi Architetti, che sceglie di sezionare alcune epifanie architettoniche (personali o d’autore, per esempio il cubo del monumento rossiano alla resistenza a Cuneo), raffrontate, in un materiale fronteggiarsi lungo l’asse della sala, con elenchi tassonomici (disegni, insetti, segni etc… incasellati in ampi pannelli), a dire la riducibilità (o il sogno-segno della riducibilità) del molteplice ad una regola attraverso un paziente studio tipologico.

Quanto alla sezione Hadid basta evidenziare che l’elemento comune è stato identificato nella strumentalità condivisa: quella della modellazione parametrica. Come già detto per l’informazione, lo strumento (il modellatore) è troppo in alto nella catena delle astrazioni che partono dal grado 0-terreno, per essere soddisfacentemente assimilato ad un common ground.

Merita attenzione lo srotolamento dei prospetti dell’asse centrale del master plan Lampugnani per la città di ricerca della Novartis in Svizzera. Valida l’intenzione di indagare la facciata vetrata con modelli e foto accoppiate, senonché gli interventi specifici (dello stesso Chipperfield, Ando, Diener & Diener, SANAA, Markly etc…) ricadono in forme e sintassi già storicizzate.

In ordine all’idea accennata di suolo come supporto al cammino, la sezione più densa di valori sanguigni e di tinte terree è quella sulla Ruta del Pelegrino, via di pellegrinaggio messicana verso la Vergine del Rosario a Talpa de Allende. Dalle architetture disposte lungo il cammino sono stati portati in laguna alcuni segni minimi ma potenti: simboli, dettagli materici, forme di natura, tutto quanto annulla le proliferazioni dottrinarie per riportare l’architettura alla dimensione mitologica del “poco più che cavernicolo”.

Cosa resterà dunque di questa aspirazione al reperimento d’un suolo comune?

La ritrovata ed esplicitata necessità, se non altro, d’un profilo orizzontale (il suolo, appunto), che già di per sé è una contestazione alla crescita verticale di tanta architettura metropolitana del potere, alle forme fallocentriche del grattacielismo novecentesco. Orizzontale è la (non) inclinazione d’un animo pronto ad accogliere in grembo, piuttosto che es-primere e innalzare. Resta il sogno d’un’Architettura dal basso, umile, diffusa e carnale: democratica.

Andrea Zangari

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