Il terremoto nella storia dell’architettura (la profezia delle rovine)


I terremoti incidono non solo sull’evoluzione tecnico-normative, ma anche sul corso della storia dell’architettura, a volte entrando nelle vicende formali e dissestando i linguaggi, producendo rivoluzioni o involuzioni. Così oggi, nell’attuale crisi culturale, il terremoto ritorna a squassare la nostra disciplina come i centri storici della nostra emilia: proviamo a cercare nel passato i suggerimenti per mettere a frutto questo inevitabile stravolgimento, badando che i rinnovamenti legislativi e le misure per la ricostruzione non perdano di vista i fini ultimi e più alti dell’architettura.

Altrove sulla rivista si renderà conto del sisma emiliano con sguardi “tecnici”: da ingegneri, restauratori, legislatori etc…Qui si intende rendere brevemente conto dell’intreccio tra i sismi e la storia dell’architettura, partendo dalla nozione etimologica del termine: sisma, dal greco seismos è uno scuotimento. Le immagini della città storica così gravemente vulnerate risvegliano, per analogia, un vortice di frammenti di storia della nostra

l'ideogramma cinese del concetto di crisidisciplina, accomunati dal senso della rovina o di un’incombente disfatta, di uno scuotimento che infranse, di volta in volta, le regole estetiche, etiche e a costruttive sino ad allora codificate. Questo filo rosso è cogente poiché dipana il ricorso del termine crisi nella storia della cultura, per terminare nella cruna della crisi odierna. Scuotimento e crisi sono termini che nascondono entrambi uno doppia, suggestiva ed antitetica valenza: essere scossi causa un dissesto, ma può anche produrre un risveglio, cioè uno scuotersi dal torpore; quanto alla crisi, mi piace ricordare che il corrispondente ideogramma cinese si compone di due segni: uno significa la difficoltà, il secondo la possibilità di cambiamento. Così, ogni volta che la Storia ha registrato fallimenti e crolli dei sistemi culturali, la Storia dell’architettura ne ha rilevato le codifiche sofferte e, a seguire, proprio a partire da quelle, le linee di nuove idee, correnti, stili etc…

L’architettura della Roma imperiale, tanto per non affondare lo sguardo oltre la memoria dei nostri studi scolastici, rompe la sua autoreferenziata narrazione nelle tumultuose percosse murarie del ninfeo degli Horti Liciniaini, o tempio di Minerva Medica (circa 310 d.c). Una pulsione inquieta ha dilatato lo spazio monocentrico (riferimento al disegno statico del Pantheon, antipodale esempio di fierezza imperiale), ingrossando l’involucro in corrispondenza dei nicchioni al piano terra: un senso di dinamismo inappagante mette il visitatore in cerca di un equilbrio appena perduto (e ben evidente invece nei percorsi assiali di un castrum qualunque, o nei transiti unidirezionali delle basiliche, delle terme, degli acquedotti etc…). Evento apicale che prelude, salvo resipiscenze e retorici classicismi tardo-antichi, al linguaggio incerto dell’alto medioevo. Tanto per restare a Roma, è il caso di Santa Maria in Cosmedin (circa 690), dove ai ritmi tracotanti delle arcate del Colosseo si sostituisce un colonnato dalla partitura incerta, faticosa, aritmica, che conduce ad un inatteso altare a metà della navata centrale, tale da interrompere ogni pretesa longitudinalità, mentre la verticalità è preclusa da colonne tozze e deformi.

I fulgori di due secoli di rinascenza italica (1300-1400) vengono schiantati dal tormento michelangiolesco. Il Buonarroti incarna la crisi del il dettaglio delle mensoleneoplatonismo, dilania i ritmi pacati dei grandi architetti delle generazioni precedenti: Antonio da Sangallo, Bramante, Brunelleschi etc…Il vestibolo della biblioteca Laurenziana (1523-1534) è un profluvio di magmatiche volute che inondano uno spazio risucchiato verso l’alto, lungi da ogni ricerca di equilibrio. Le mensole sottostanti alle colonne, quest’ultime assurdamente ritratte e incassate nella muratura, sono efferati fiotti sanguigni puramente decorativi; una scala che prelude alle volute manieriste inonda l’ambiente drammatizzandone la ristrettezza. Per contro la sala di lettura ha una copertura ribassata e una notevole profondità, che si giovano del contrasto con l’ambiente precedente. Indice della mutata idea di spazio è però forse ancor più la statuaria michelangiolesca. Il corpo sgraziatamente ipertrofico del Giorno sulla tomba di Giuliano di Nemours (1526-1531, nella Sagrestia Nuova di San Lorenzo) presenta un volto appena sbozzato, ma pienamente eloquente dei timori per un futuro insondabile. Il non-finito irrompe, come vera e propria bestemmia per una cultura che faceva della finitezza un attributo irrinunciabile alla perfezione, a squarciare il velo di un’ideologia rassicurante e tesa a mettere il mondo nel giogo della prospettiva, cioè di un’analitica rappresentabilità. Oltremodo suggestivo è l’atto finale della poetica michelangiolesca: la pietà Rondanini (1564), urlo della materia che fonde i corpi di Cristo e della Vergine in un unico, flebile spasmo. L’espressività qui coniata è già quella corbuseriana di Ronchamp.

Una delle più funeste ed eloquenti rappresentazioni telluriche ha luogo proprio sull’onda dello sconforto gettato da Michelangelo, in una delle coeve opere di Giulio Romano (1499-1546): Palazzo Te a Mantova (1524-1534). La spazialità tragicomica della sala dei Giganti trasuda “la caustica corrosione delle mitologie intellettuali” (v. M. Tafuri, Progetto e utopia: Architettura e sviluppo capitalistico, Laterza, Bari 1973). Un manto pittorico incessante, che fonde la volta alle pareti e al pavimento, rappresenta la punizione di Zeus agli Ctoni, che avevano tentano di assalirne l’Olimpo: mito fondativo e catartico della cultura occidentale riverberato poi nella tregenda faustiana, e ricorrente nella storia dell’umanità a seguito di periodi di intenso sviluppo culturale e tecnologico. Il mondo dei Giganti è scosso da un terremoto, crolla drammaticamente coinvolgendo lo spettatore che si sente invaso dal senso di pericolo.

la Sala dei Giganti

Un fiume carsico di incertezza che insinua la crisi nel fulgore culturale della propria epoca è l’opera di Piranesi, ove si concreta la fascinazione della rovina. Le incisioni piranesiane non fanno capo alla coeva tradizione preromantica delle rappresentazione degli scavi dal vero, bensì disegnano un mondo rovinoso, in cui le architetture contemporanee vengono inglobate dalla debordante onnipresenza di un passato tombale. La rovina non è solo un ricordo, ma il destino stesso dell’architettura. L’allusione ad un mondo terremotato è didascalica nella Veduta del tempio di Giove tonante (1756), dove le colonne affondano nel terreno e investono l’intorno di frammenti e macerie. L’architettura “terremotata” è rappresentata, pochi anni dopo, anche da E.L. Boullée, per esempio nel Monumento funerario che esemplifica il genere dell’architettura sepolta (1784), un timpano-relitto che fluttua (emerge o affonda?) sul suolo.

Veduta del Tempio di Giove Tonante

Il ‘900 è stato il secolo più “sismico” della storia dell’architettura. Dopo la febbrile attività delle avanguardie, sottesa dal progressismo che voleva la nuova architettura protagonista di un mondo più equo, i conflitti mondiali e l’incubo dell’atomica flagellano l’ideale di modernità. Se fino ai ’40 la sintassi architettonica andava asciugandosi in nome di una purgante rettitudine morale, la seconda metà del secolo registra un invasamento formalistico che recupera i segni retorici dei passati (e, a volte, dei futuri) più disparati. Ai due capi dello sconvolgimento potremmo, a titolo d’esempio, citare la ricerca d’un irrefutabile equilibrio nell’opera di Mondrian (e delle filiazioni più o meno spurie in architettura, da Rietveld a Lissitzky, da Mies a Bakema etc…) e, dall’altro lato, l’autoflagellazione della forma inscenata da Eisenman. le suggestive aperture a Notre-Dame du HautDi questi, gli sperimentalismi inscenati nelle house I, II, II etc… sono come una riduzione all’osso dell’architettura, considerata il relitto di un trauma, quasi modelli, da sottoporre alle prove telluriche, di cui sia rimasto in piedi il minimo indispensabile. Ma esemplificare potrebbe indurci nell’inganno di vedere il sisma nelle varie poetiche, senza vedere quel sisma ben più profondo che le sottende tutte. L’inversione coscenziale, per il diletto degli storicisti, può trovare una data e un luogo: 1950, Ronchamp. In un atto di resipiscenza totale, Le Corbusier intona un grido disperato che rinnega i 5 punti in un solo carnoso segno murario. La parete illanguidisce ed ansima in anfratti cavernosi, trapunta di bucature illogiche ma necessarie come le feritoie di un castello. La luce irreale avvampa nella cesura fra le mura e la copertura, fluttuandone la massa con una sapienza michelangiolesca (v. lo staccato tra il tamburo e la cupola della già citata cappella in San Lorenzo). Gesto d’indubbio lirismo, ma pericoloso perché solleva generazioni d’architetti dall’obbligo del rigore parsimonioso dettato dai modernisti: il terremoto espressionista feconda un ricorso subitaneo a maggiori libertà compositive, per la gioia dei relativisti. Una manciata di anni dopo i postmodernisti s’affrettano a lamentare la morte della lezione dei maestri del razionalismo, autoassolvendosi della prostituzione all’alta finanza committente. I migliori architetti cominciano invece un’estenuante interrogazione della forma, che porta a esiti irriducibili ad uno sguardo d’insieme, ma sempre partendo dalla consapevolezza di un’avvenuta catastrofe. Le macerie dei palazzi sventrati dalle bombe della seconda guerra mondiale ritornano nell’immaginario degli architetti che hanno operato fino ad oggi, diventano le macerie stesse dell’architettura. Ce n’è menzione esplicita in Rossi, Isozaki, Tange, Eisenman, Stirling, Hollein, Gehry e molti altri, altrettanta materia per gli “psicanalisti” dell’architettura. Ricompare così il tema delle rovine, laddove riemerge la consapevolezza che “la teleologia della materia organica è la morte” (v. Laurence Goldstein, Ruins and Empire, The Evolution of a Theme in Augustan and Ramantic Literature, University of Pittsbourgh, 1977). Così Isozaki progetta un’architettura (Tsukuba, 1979) e poi la riprogetta rovinata dal tempo (Tsukuba Ruins, 1983) quasi che nelle fratture erbose d’una piazza o nella trama brunastra d’un copriferro saltato sia scritta la profezia dell’architettura. Naturalmente non compete allo scrivente una trattazione analitica di quei diversi sguardi, poiché troppi e troppo profondi per essere meramente elencati – vale piuttosto la pena di adottare lo sguardo trasversale e per ciò stesso ficcante di un letterato che ha sempre saputo ritrarre proficuamente lo spazio della contemporaneità: Italo Calvino. Il brano che segue, tratto da Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979), preconizza un azzeramento architettonico e sociale come risposta al caos e alla molteplicità del reale.

Camminando per la grande Prospettiva della nostra città, cancello mentalmente gli elementi che ho decìso di non prendere in considerazione. Passo accanto al palazzo d’un ministero, la cui facciata è carica di cariatidi, colonne, balaustre, plinti, mensole, metope, e sento il bisogno di ridurla a una liscia superficie verticale, a una lastra di vetro opaco, a un diaframma che delimiti lo spazio senza imporsi alla vista. Ma anche così semplificato quel palazzo continua a pesarmi addosso in maniera opprimente: decido di abolirlo completamente; al suo posto un cielo lattiginoso si leva sulla terra nuda. Allo stesso modo cancello altri cinque ministeri, tre banche e un paio di grattacieli di grandi società. Il mondo è così complicato, aggrovigliato e sovraccarico che per vederci un po’ chiaro è necessario sfoltire, sfoltire […]

In un mondo semplificato ho più probabilità d’incontrare le poche persone che mi fa piacere incontrare, per esempio Franziska. Franziska è un’amica che quando mi capita d’incontrarla provo una grande allegria. Ci diciamo delle cose spiritose, ridiamo, ci raccontiamo fatti qualsiasi ma che magari ad altri non racconteremmo e che invece a discorrerne tra noi si rivelano interessanti per entrambi, e prima di salutarci ci diciamo che dobbiamo assolutamente rivederci al più presto. Poi i mesi passano, finché non ci capita d’incontrarci ancora una volta per la strada per caso; acclamazioni festose, risate, promesse di rivederci, ma né io né lei facciamo mai nulla per provocare un incontro; forse perché sappiamo che non sarebbe più la stessa cosa […]

Se tanto per cominciare ho fatto sparire tutti gli uffici pubblici che mi capitavano a tiro, e non solo gli edifici, con le loro gradinate e gli ingressi a colonne e i corridoi e le anticamere, e schedari e circolari e dossiers, ma anche i capidivisione, i direttori generali, i vice-ispettori, i facente funzione, gli impiegati di ruolo e avventizi, l’ho fatto perché credo che la loro esistenza sia nociva o superflua all’armonia dell’insieme […]

Poi abolisco caserme, corpi di guardia, commissariati; tutte le persone in uniforme svaniscono come se non fossero mai esistite. Forse m’è scappata la mano; m’accorgo che subiscono la stessa sorte i pompieri, i postini, gli spazzini municipali e altre categorie che potevano meritatamente aspirare a un trattamento diverso; ma ormai quel che è fatto è fatto: non si può star sempre a guardare tanto per il sottile. Controllo che non siano rimasti in piedi ospedali, cliniche, ospizi: cancellare medici, infermieri, malati mi pare l’unica salute possibile. Poi i tribunali al completo di magistrati, avvocati, imputati e parti lese; le prigioni con dentro carcerati e guardiani.

Poi cancello l’università con tutto il corpo accademico, l’accademia di scienze lettere e arti, il museo, la biblioteca, i monumenti con relativa sovrintendenza, il teatro, il cinema, la televisione, i giornali. Se credono di potermi fermare col rispetto della cultura, si sbagliano.

Poi tocca alle strutture economiche che da troppo tempo continuano a imporre la loro smodata pretesa di determinare le nostre vite. Cosa si credono? Dissolvo uno per uno i negozi cominciando da quelli di generi di prima necessità per finire con i consumi voluttuari e superflui: prima sguarnisco le vetrine di merci, poi cancello i banchi, gli scaffali, le commesse, le cassiere, i capireparto […]

lo studio di Norman Foster a LondraLa vocazione nichilista non trova affatto smentita nelle roboanti opere delle odierne archistar: semmai si rinsalda nell’opera anonima di centinaia di architetti che si celano, disconosciuti, dietro le grandi firme, nei rispettivi studi di progettazione. I linguaggi muscolari ed edonistici dei vari Hadid, Piano, Herzog & De Meuron etc… proprio laddove si attagliano a qualunque contesto, sono il frutto di un dilavamento espressivo che anela, più o meno consciamente, all’inconsistenza. La crisi dell’architettura è tuttavia bifronte: all’irrefrenabile impulso alla globalizzazione dei linguaggi fanno da contraltare i rinascenti localismi, o conservativismi accademici particolarmente asfissianti nel nostro Paese (v. i vincoli sovente miopi delle Sovrintendenze, o quelli gessosi dell’Unesco, rea di aver mummificato i centri storici italiani, riducendo l’impegno dell’architetto a quello di un tanatoesteta). Valgono uno ancora una sguardo le parole di Calvino:

Là in fondo a quella striscia di niente che continuo a chiamare la Prospettiva, vedo avanzare una figura sottile in un giaccone di pelliccia chiara: è Franziska! Riconosco il passo slanciato negli alti stivali, il modo in cui tiene le braccia raccolte nel manicotto, la lunga sciarpa a strisce che sventola. L’aria gelata e il terreno sgombro garantiscono una buona visibilità ma inutilmente mi sbraccio in gesti di richiamo: non può riconoscermi, siamo ancora troppo distanti. Avanzo a grandi passi, almeno credo d’avanzare, ma mi mancano i punti di riferimento. Ecco che nella linea tra me e Franziska si profilano alcune ombre: sono uomini, uomini col cappotto e il cappello. Mi stanno aspettando. Chi possono essere? Quando mi sono avvicinato abbastanza, li riconosco: sono quelli della Sezione D. Come mai sono rimasti lì? Cosa ci fanno? Credevo d’aver abolito anche loro quando ho cancellato il personale di tutti gli uffici. Perché si mettono di mezzo tra me e Franziska? «Ora li cancello!» penso, concentrandomi. Macché: sono ancora lì in mezzo.– Eccoti qua, – mi salutano. – Anche tu sei dei nostri? Bravo! Ci hai dato una mano come si deve e ora tutto è pulito.

– Ma come? – esclamo. – C’eravate anche voi a cancellare?

Ora mi spiego la sensazione che avevo d’essere andato più in là d’altre volte nell’esercizio di far sparire il mondo che mi circonda. – Ma, ditemi, voi non eravate quelli che parlavano sempre di incrementare, di potenziare, di moltiplicare…

– Ebbene? Non c’è mica contraddizione… Tutto rientra nella logica delle previsioni… La linea di sviluppo riparte da zero… Anche tu ti sei accorto che la situazione era arrivata a un punto morto, si deteriorava… Non c’era che secondare il processo…Tendenzialmente, quel che può figurare come un passivo sui tempi brevi, poi sui tempi lunghi si può trasformare in un’incentivazione…

– Ma io non la intendevo mica come voi… Il mio proposito era un altro… Io cancello in un altro modo… – protesto, e penso: «Se credono di farmi entrare nei loro piani si sbagliano! »

Non vedo l’ora di far marcia indietro, di far tornare a esistere le cose del mondo, a una a una o tutte insieme, contrapporre la loro variegata e tangibile sostanza come un muro compatto contro i loro disegni di vanificazione generale. Chiudo gli occhi e li riapro, sicuro di ritrovarmi nella Prospettiva brulicante di traffico, con i lampioni che a quest’ora devono essersi accesi e l’ultima edizione dei giornali che appare sui banchi delle edicole. Invece: la sagoma di niente: intorno il vuoto è sempre più vuoto,  Franziska all’orizzonte viene avanti lentamente come se dovesse risalire la curvatura del globo terrestre. Siamo noi i soli superstiti? Con terrore crescente comincio a rendermi conto della verità: il mondo che io credevo cancellato da una decisione della mia mente che potevo revocare in qualsiasi momento, era finito davvero.

– Bisogna essere realisti, – dicono i funzionari della Sezione D, – Basta guardarsi intorno. E tutto l’universo che si… diciamo che è in fase di trasformazione… – e indicano il cielo dove le costellazioni non si riconoscono più, qua aggrumate là rarefatte, la mappa celeste sconvolta da stelle che esplodono una dopo l’altra mentre altre danno gli ultimi guizzi e sì spengono. – L’importante è che, ora che arrivano i nuovi, trovino la Sezione D in perfetta efficienza, con l’organico dei suoi quadri al completo, le strutture funzionali operanti…

– E chi sono, questi «nuovi»? Cosa fanno? Cosa vogliono? – chiedo e sulla superficie gelata che mi separa da Franziska vedo una incrinatura sottile che s’estende come un’insidia misteriosa.

[…]

No, penso, il mondo che vorrei ricominciasse a esistere intorno a me e a Franziska non può essere il vostro; vorrei concentrarmi a pensare un luogo in tutti i particolari, un ambiente dove mi piacerebbe trovarmi con Franziska in questo momento, per esempio un caffè pieno di specchi in cui si riflettono lampadari di cristallo e un’orchestra suona dei valzer e gli accordi dei violini ondeggiano sopra i tavolini di marmo e le tazze fumanti e le paste alla panna. Mentre fuori, al di là dei vetri appannati, il mondo pieno di persone e di cose farebbe sentire la sua presenza: la presenza del mondo amico e ostile, le cose di cui rallegrarsi o contro cui battersi… Lo penso con tutte le mie forze ma ormai so che esse non bastano a farlo esistere; il nulla è più forte e ha occupato tutta la terra.

Tra il desiderio di una tabula rasa e il vincolarsi al passato e alle identità locali, l’architettura contemporanea deve trovare una via di rinnovamento. Quale che sia la soluzione, essa dovrà fronteggiare questo terremoto della nostra cultura, dovrà districarsi tra le macerie dell’architettura, contare i danni, ma mai indugiare su sé stessa. Dovremo passare, in primis, dalla crisi dell’architettura ad un’architettura della crisi. Eppoi? Il dibattito è aperto, ai lettori l’ardua sentenza, e la possibilità di scriverla sul nostro sito.

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