Tadao Ando: la responsabilità dell’architettura


Breve cronaca della conferenza tenuta dall’architetto giapponese il 20 aprile presso l’Aula Magna di Santa Lucia dell’Università di Bologna.


vi proponiamo anche il seguente articolo:

Tadao Ando: architettura di ieri,di oggi e…di domani?



Galleria Fotografica della conferenza


Ore 15.30. Il piazzale di Santa Lucia conta già un cospicuo numero di ragazzi accorsi con grande anticipo, mossi dal timore di rimanere chiusi fuori o, peggio, di dover assistere alla conferenza in piedi. In effetti, nonostante la paventata adunanza oceanica, la basilica è riuscita ad accogliere, più o meno comodamente e con l’ausilio dell’aula absidale, tutti gli aspiranti architetti giunti fin lì.

Ore 16.00. All’apertura dei portali la folla irrompe nelle navate con isterico garbo per guadagnare le posizioni migliori e, in meno di venti minuti, la maggior parte dei posti ha un proprietario, eccezion’ fatta per quelli riservati che verranno occupati più tardi e con più calma.

Ore 17.00. Dopo una piacevole attesa, accompagnata da un sottofondo di  sonorità vagamente orientali, la conferenza sembra poter iniziare.

Tadao Ando fa il suo ingresso trionfale. Applausi.

Munito di macchina fotografica, da buon figlio del Sol Levante, risponde ai flash immortalando ora il pubblico, ora gli stucchi delle volte. Applausi e flash.

Concluso il siparietto autoironico si accomoda in prima fila.

In parterre spiccano, tra gli altri, l’ambasciatore del Giappone e consorte, Francesco Dal Co (storico e direttore di Casabella), Giovani Leoni (rettore della facoltà di Architettura) e Ivano Dionigi.

E’ proprio il Magnifico Rettore a dare il via alla serata, con il rituale discorso di apertura, ricordandoci di come l’Architettura, più di ogni altra disciplina, sia sintesi di più saperi, quindi materia politecnica. Una breve riflessione, poi, su come “la cultura giapponese sia animata e sorretta da una linea di continuità, tra modernità e tradizione”, dove la prima è una naturale evoluzione della seconda; in contraddizione con la concezione occidentale “che, invece, vede il tempo come sequenza di contrapposizioni e fratture”.

Applausi per il Magnifico.

Il secondo a prendere la parola è Giovanni Leoni del DAPT di Bologna, con il compito di  presentare brevemente l’ospite d’onore. Lo fa attribuendo a Tadao Ando l’innata dote  artistica di creare opere di candida “bellezza” e, al contempo, gli riconosce un metodo di approccio alla disciplina che si augura possa emergere nell’imminente “lezione di architettura”.

Ringraziamenti generali e applausi anche per lui.

Finalmente Ando raggiunge il podio seguito dal fido interprete e guadagna ulteriore benevolenza da parte del pubblico quando si rifiuta di parlare standosene stravaccato sulle poltroncine allestite al centro della scena: più adatte ad un talk show televisivo che ad una lectio magistralis. Con questo piccolo gesto di rottura e di cortesia inizia il racconto. Il Maestro parla solo giapponese. L’interprete, in piedi accanto a lui, traduce puntualmente, probabilmente rimpiangendo le comode sedute rimaste vuote in mezzo al palco.

Il tema dell’evento, “La responsabilità dell’architettura”, viene liquidato da Ando con una contenuta, quanto generica, riflessione sull’aumento della popolazione mondiale e l’esaurimento delle risorse, quindi sulla necessità di “riciclare” anche gli edifici.

“Riutilizzare gli spazi, riutilizzare quello che ci è stato tramandato significa mostrare il nostro rispetto e il nostro amore per le cose che ci sono state lasciate e valorizzare queste per il futuro.”

Adempiuto al dovere di giustificare un titolo posticcio, può dedicarsi a parlare di ciò che realmente interessa l’uditorio: lui e la sua opera. La narrazione procede fluida, sorretta dalle immagini che scorrono dietro a comporre un mosaico di ricordi, di viaggi e influenze:  Picasso, Rietveld, Mondrian, la passione giovanile per la geometria, il movimento giapponese Gutai, Pollock; e poi i viaggi alla scoperta dell’occidente, dell’Acropoli di Atene, di Michelangelo a Roma, di Le Corbusier in Francia. Sottolinea l’importanza dello studio alacre e quotidiano, della perseveranza, anche cocciuta.

 

“Non avevo soldi però avevo forza fisica. Non parlavo l’inglese. Proprio perché avevo forza fisica, ogni giorno camminavo per ore. Avevo lo spirito di poter camminare da Venezia fino a Milano.”

“Avevo in programma di vedere tutte le opere di Michelangelo […]. E, appunto, viaggiare serve a viaggiare attraverso un piano, un momento, un progetto, una sequenza di cose che si vogliono fare; di studiare attraverso questo percorso. Significa avvicinarsi e comprendere con la propria mente quello che è stato il percorso di Michelangelo e costruire dentro di sé l’immagine e la propria conoscenza di Michelangelo.”

Nonostante la traduzione improvvisata faccia inevitabilmente perdere alcune sfumature di significato, oltre che il tempo delle battute, Tadao Ando è abile a intrattenere, strappa applausi e sorrisi, e conquista il cuore dei presenti mostrando la foto del suo cane, che ha irriverentemente chiamato Le Corbusier.

Di seguito passa a commentare alcune delle sue opere con la leggerezza propria di chi è saggio. La Chiesa della Luce, la Chiesa sull’acqua, la casa a Sumiyoshi incantano il pubblico per la maestria con cui l’architetto si serve di luce, spazio e materia; più problematico è il rapporto con il tempo (meteorologico), per stessa ammissione dell’architetto.

 

“Vorrei realizzare un’architettura che chiudendo gli occhi possa rimanere fissa nella mente, nel cuore degli uomini.”

Se queste opere danno prova della sua “virtù artistica” in senso stretto, con il complesso residenziale a Okamoto, Ando parla della sfida insita in ogni progetto, sfida che va colta e affrontata con tenacia fino alla fine.

“Quello che voglio dire ai giovani qui presenti è che è giusto scegliere anche un’impresa difficile da fare, perché le cose che si realizzano senza sforzi non sono divertenti, non sono importanti; è meglio, invece, cimentarsi in qualcosa di difficile.”

In conclusione scorrono le immagini dei suoi più recenti progetti a Venezia per cui, dice, è stata fondamentale la creazione di un gruppo di lavoro.

“In architettura non si riesce a fare nulla da soli.”

Chiude come ha cominciato: con alcune immagini di Picasso, emblema di forza creativa ed individualità artistica. Immancabile massima zen: “se uno riposa un giorno, arriva in ritardo di tre giorni; se uno riposa tre giorni, arriva in ritardo di una settimana”. Ringraziamenti e inchino. Applausi scroscianti.

Rimane un po’ di tempo per le domande rivoltegli dalle avide menti di domani. Poi i saluti. Applausi e ancora applausi.

Sulle note dell’arpa celtica la folla lascia in fretta l’aula, noncurante dell’ensemble impegnato sul palco nell’omaggio musicale a Tadao Ando e all’ambasciatore nipponico. Momento che forse avrebbe meritato una più felice collocazione in scaletta.

Ore 19.30 circa. Santa Lucia è quasi vuota. Ando è intento a firmare le preziose copie della monografia che Dal Co gli ha dedicato. I pochi superstiti si godono il tiepido imbrunire sul sagrato.

Guido M. Amorati

con il contributo di:

Simone Viani

Selena Grande

foto di 

Danilo Caporale

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