Un pomeriggio con l’architetto Iosa Ghini


L’Architetto Iosa Ghini ci riceve nel suo studio di Bologna per un’intervista. Ci parla della sua vita e della sua esperienza professionale, si racconta, ci appassiona e ci coinvolge.

 

EdArchiBo_ Architetto, nel corso della sua attività progettuale ha potuto sperimentare, con lo stesso successo, l’esplorazione dello spazio in piccola e in grande scala realizzando sia oggetti di design come Otello, Poltroncina, Memphis, sia architetture articolate e complesse come il factory store per la Ferrari a Serravalle o il Peoplemover. Qual è il percorso comune o, più in generale, come definisce un iter progettuale vincente? 

Arch.Iosa Ghini_Penso che il lavoro progettuale costituisca, in buona sostanza, la risposta ad un problema che esiste e che va risolto, dunque  il progetto diventa l’occasione di soluzione ovvero di miglioramento dell’esistente. Fare progetti  rappresenta la nostra attività, il nostro impegno quotidiano. Il fatto che siano ben strutturati non rappresenta l’elemento che ne determina il successo, tanto per ricorrere alla sua espressione. Mi sento piuttosto di affermare che il successo del progetto professionale sia in funzione della quantità di persone che ne gode e ne beneficia, quante più sono, tanto più elevato è il successo. E’ evidente che il progetto di un elemento di dimensioni limitate, in senso  spaziale, destinato ad un pubblico estremamente vasto può riscuotere grande successo perché non è orientato alla modificazione materiale, ma alla diversa organizzazione e socializzazione di uno strumento che tutti noi abbiamo e adoperiamo. Faccio fatica a darle una definizione diversa di progetto vincente  e di successo perché oggi la parola successo è discretamente in crisi, quindi bisogna interpretarla in modo diverso. Il successo può essere anche la non azione, la non produzione, l’ottimizzazione di qualchecosa che c’è. Proprio perciò, ritengo che ci sia un unico metro per definire il successo ed è la validazione del nostro operato da parte di chi è chiamato a valutarci per quello che facciamo. Se c’è una buona risposta vuol dire che si è lavorato bene e quello che era l’intendimento è stato raggiunto, questo per me è il successo.

EdArchiBo_ Scusi se insisto, ma allora in cosa differisce l’iter progettuale di un opera di design da quello di una architettura?   

Arch.Iosa Ghini_L’iter progettuale è determinato dai metodi, dettati dall’ esperienza o dai maestri che ognuno di noi ha avuto, e che, quindi, non sono sempre gli stessi. Decisamente le prime fasi del processo coincidono con l’analisi del contesto e con la scelta della strada di minore impatto. E’ l’insegnamento del disegno industriale: qualsiasi nostro segno, scelta, azione determina un costo che si ripercuote per un numero n infinito di oggetti. Per quello che mi riguarda personalmente il tema della minimizzazione dell’impatto è fondamentale. Per cui è responsabilità del progettista pensare alla produzione di un oggetto in ragione dell’intera filiera,  non solamente del risultato finale. Penso, però, che sia  anche indispensabile  – questa è la mia battaglia personale – non rinchiudersi all’interno del ciclo progettuale. Il prodotto va inteso come sistema e, in quanto tale, deve declinare la  naturale propensione del genere umano ad esprimere se stesso. Propensione che ovviamente trova diversa espressione nei diversi contesti storici ed ambiti geografici. Credo che questa considerazione sia fondamentale per dare un’anima al prodotto. E’ vero che la metodologia è orientata a criteri di oggettività, ma purtroppo o per fortuna noi siamo soggettivi! E’ giusto che ognuno proponga  la propria sensibilità del contesto in cui opera.

EdArchiBo_ Nella fase progettuale la scelta del materiale e delle tecnologie quanto limita, o eventualmente guida, l’iter progettuale?

Arch.Iosa Ghini_Nella mia esperienza personale non lo guida. Vivo il materiale come un plasma al servizio dell’idea per definirla e concretizzarla. Ovviamente, il discorso si articola in tante fasi: comprendere gli ambiti di modificazione del materiale, fare in modo che queste modificazioni siano virtuose, non forzare la materia, assecondarla e conoscerla, ma non bisogna mai dimenticare che il materiale è uno strumento per fornire una risposta all’analisi. La vera priorità è l’analisi dei bisogni da soddisfare, mai da indurre. Ancora una volta, però, l’analisi di bisogni oggettivi è soggettiva, così come la progettazione costituisce un’interpretazione personale ad un bisogno di tanti o di tutti. Se così non fosse tutti gli oggetti sarebbero uguali.

IBM Italia, IBM Software Executive Briefing Center, Roma

 EdArchiBo_ Lei si è occupato attivamente dell’architettura ecosostenibile. Viene in mente l’architettura south-face che tramite nuove forme si propone come soluzione ecosostenibile. Secondo Lei la progettazione ecosostenibile è una diversa declinazione di  strategie, riguardanti il risparmio energetico, già esistenti o è il frutto di una ricerca progettuale?

Arch.Iosa Ghini_Come sa, nel giro di 40 anni l’aumento della popolazione mondiale ha determinato profonde modificazioni sociali, nel senso che  sempre più persone vogliono vedersi assicurato un più elevato livello di benessere e servizi. Non sono più soltanto “bocche da sfamare”, ma persone attente ai temi dell’ impatto ambientale della produzione di anidride carbonica, dei consumi di energia. Tutto ciò induce ad una maggiore coscienza nell’ azione progettuale. In altri termini, la nuova situazione ha sicuramente squilibrato il sistema terra e noi lo stiamo leggendo adesso e forse lo stiamo iniziando a codificare in termini numerici. Per esempio da quest’anno in Italia se lei vende un appartamento deve indicare il consumo energetico. Ora dall’evoluzione planetaria al fatto che il costo al metro quadro sia funzione anche del consumo energetico c’è un legame ben preciso: l’esigenza di quantificare la produzione di energia, la dispersione, l’inquinamento ambientale. Si può comprendere l’impatto di questa profonda modificazione sui comportamenti progettuali: grazie anche ad alcune campagne mediatiche, il progettista è sempre più sensibile ed attento alle problematiche energetiche. Negli ultimi 30/40 anni molti grandi architetti si sono occupati, forse per istinto, di  ecosostenibilità,  ma non era una tematica diffusa, vorrei dire di base. Oggi assistiamo ad  un cambiamento epocale anche in presenza di reazioni variegate, scoordinate e contraddittorie e, talvolta, di informazioni non corrette. Le porto un esempio banale: l’utilizzo del legno per il riscaldamento che di per sé costituisce elemento di dissidio. Si tratta, infatti di un materiale naturale, che non inquina, ma il cui utilizzo esteso comporterebbe una massiccia deforestazione. Oppure il ricorso al pannello solare che  riduce il consumo di energia, ma per la cui produzione occorre consumare energia ed utilizzare sostanze difficilmente smaltibili ed inquinanti. Sono tutte considerazione a doppia faccia e come tali vanno affrontate. Posto che la strada da seguire è quella delle energie rinnovabili, c’è il rischio che si perda la percezione della doppia faccia e il loro uso diventi una moda senza valutarne adeguatamente pregi e difetti. Occorre invece essere consapevoli e progettare tenendo adeguato conto dei limiti delle nostre conoscenze. Per cui è vero che abbiamo a disposizione molte opportunità in termini di ecosostenibilità con riguardo alle nuove fonti  di produzione di energia rinnovabile come il geotecnico, il solare, le tecnologie legate alla microcogenerazione che vanno  utilizzate tutte, tenendo ben presente che se realizzi un’architettura completamente rivestita in vetro, per quanto ci sia la doppia o tripla pelle vetro coibente,  alla fine il rapporto del coefficiente di isolamento è 1 a 10 rispetto ad un muro in mattoni. Fa un po’ specie vedere delle proposte architettoniche che vengono vendute come edifici ad altissima efficienza energetica e sono  serre calde d’estate e fredde d’inverno con elevatissime  esigenze di condizionamento. Oggi la  progettazione ecosostenibile dispone di più strumenti rispetto al passato, c’è una maggiore coscienza, possiamo usare varie soluzioni,  ma dobbiamo stare attenti come progettisti a metterle insieme in maniera armonica non solo con riguardo all’estetica, ma anche con riguardo alla logica. Quindi mi aspetto una architettura un po’ meno international style, un po’ più territoriale  fatta dalle persone che sono del luogo. Questo non vuol dire che soluzioni  innovative siano da escludere, ma devono essere filtrate da valutazioni sul consumo energetico. Non parlo da tecnico energetico, non mi considero tale, parlo da progettista creativo, abituato a partire dalla ricerca e dallo studio come ho sempre fatto. Infine, un appunto su questo tema: c’è stato e c’è un modo di pensare non corretto anche sul risultato estetico di queste nuove tecnologie che vengono proposte con una sorta di meccanismo di autoestetizzazione ed autolinguaggio come se le tecnologie potessero autonomamente generare un linguaggio. Non sono le tecnologie che generano un linguaggio, il punto di partenza è la percezione umana, è l’utilizzo umano delle cose.

EdArchiBo_ A partire dalla su esperienza di Architetto e Designer, quali conoscenze e competenze  deve avere un neolaureato per poter lavorare in un grande studio come il suo?

IosaGhini Associati,Cmc Group, The One Building, Miami (Usa)

Arch.Iosa Ghini_Ho insegnato per un paio di anni a Roma quindi mi sono fatto un’idea abbastanza precisa,  credo che ci sia prevenzione nei confronti  dell’ università la cui formazione per alcuni sarebbe insufficiente. Penso che un po’ sia dovuto al fatto che qualsiasi studente, approcciandosi ad un tema specifico come quello della progettazione, trovi difficoltà che si manifestano in maniera diversa in ragione della provenienza e delle conoscenze di base del giovane.  D’atra parte, come sappiamo, l’università assicura una formazione che non può  essere definitiva: io stesso continuo a studiare, ognuno di noi deve  approcciarsi in questo modo.  Che cosa si potrebbe fare per migliorare la situazione? Intanto, a mio parere, manca la struttura laboratoriale  intesa in senso reale . Non  tanto quella ricostruita dentro le mura universitarie che risente comunque di un livello di obsolescenza:  un laboratorio nato oggi, tra 5 anni è vecchio. Non è colpa  di nessuno: il mondo del lavoro viaggia ad una  velocità  e il mondo della didattica viaggia ad un’altra . Quello a mio parere che si dovrebbe fare (e che si è tentato di fare) è trovare un reale legame con il mondo della produzione, il mondo della manifattura; noi siamo persone che hanno come obbiettivo quello di realizzare idee e progetti, quindi dobbiamo essere in contatto con chi li attua. Ora l’università, per un fatto strutturale, dedica poco tempo a queste azioni, il laboratorio è uno spicchio della formazione e andrebbe amplificato verso l’esterno con contatti esterni tirocini, stage, non solo a fine corso ma durante l’anno, in azienda o in uno studio professionale. Capire come si realizzano le cose, come parlano le persone che producono, come si esprimono, che bisogni hanno. E lo si può capire solo recandosi dove si progetta e si produce. http://www.iosaghini.it/                                                                                                                                                               

Intervista di Vittorio Cimino

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