Storia dell’architettura moderna: quale manuale?


Al secondo anno di corso difficilmente si giunge con una sufficiente coscienza critica della contemporaneità, talché la scelta del manuale di storia dell’architettura moderna e contemporanea (tenete sempre a mente la differenza tra i due termini!) sovente è dettata da motivi non proprio deontologicamente nobili, o se non altro sbrigativi: economicità, snellezza del tomo, aderenza al programma del corso (utile certo, ma se il manuale non aggiunge nulla agli appunti a che serve comprarlo?), semplicità nell’esposizione etc… Ma bisogna ricordarsi che nessun testo critico è di per sé completo, né può ambire ad uno sguardo oggettivo (diffidate della Neue Sachlichkeit! D’altro canto le parole critico ed oggettivo sono antitetiche). Questo implica due accorgimenti da prendere:

1. quando si legge un manuale si deve ricordare che dietro la sua impostazione ci sono sempre delle idee di storia e di architettura ben precise, che portano l’autore a dare pesi differenti a esperienze differenti, talora ad ometterne di fondamentali; probabilmente non si tratta delle vostre stesse idee: allora potrete scegliere un manuale che vi assomigli, che rinsaldi le vostre convinzioni, o uno che non vi somigli, che vi suggerisca nuovi punti di vista, o che vi aiuti a mettere a fuoco il vostro sguardo e a renderlo più acuto (questa seconda idea pare più consona al germe di maturazione che dovrebbe fecondare tutto il cammino universitario).

2. proprio per quanto emerge dal punto 1, sarebbe bene attingere a più manuali: solo confrontando diverse visioni nasce l’attrito che pungola l’intelligenza critica (eppoi certamente farete più bella figura all’esame!)

Pertanto di seguito troverete una breve e quantomai incompleta recensione dei principali manuali in circolazione (più una “chicca” d’antan per i puristi della storia), utile per chi deve sostenere l’esame o per chi, pur avendolo già sostenuto, volesse ritornare sulla propria scelta.

KENNETH FRAMPTON – STORIA DELL’ARCHITETTURA MODERNA.

A più di trent’anni dalla prima edizione rimane il testo più diffuso e più suggerito dai docenti. Ma attenzione, i motivi che i professori hanno per indicarvelo sono probabilmente opposti a quello per cui voi sarete felici di acquistarlo. Potreste infatti ritenere seducenti le sue esigue dimensioni, ma tenete a mente che si tratta di un vero e proprio “vaso di Pandora”: lo scrittore è riuscito nel miracolo di concentrare in 400 pagine (di formato ridotto rispetto agli altri testi) un distillato di nozioni critiche che spesso, necessariamente, presuppongono vostre conoscenze nella materia. Ne deriva un’esposizione precisa e per quanto possibile completa, ma sovente apodittica.

L’impostazione culturale che lo informa è quella degli anni 70′-80′, nonostante gli aggiornamenti (contenutistici e non formali): preparatevi allora al linguaggio complesso ma appagante del post-strutturalismo, che smonta il corso della storia alla ricerca della rete di mutue influenze, di fili rossi che appaiono e scompaiono più volte (Le Corbusier, per esempio, viene trattato in 4 capitoli diversi del libro), che innervano il concetto di micro-storia caro a Frampton. Ciò soprattutto nella terza parte del manuale, “Valutazione critica ed estensione al presente”, saggiamente apposta dallo scrittore per discriminare ciò che è stato già storicizzato (la nascita e la fase mitologica del movimento moderno, nella parte II del manuale, e i presupposti storicistici e tecnologici nella parte I) da ciò che ancora non ha espresso le sue potenzialità poetico-critico-formali (la crisi del movimento moderno, le frantumazioni linguistiche del post-modern). Tra i difetti principali l’esiguità dell’apparato iconografico e l’insistenza a trattare le poetiche trascurando i poeti: si contestualizza l’opera degli architetti ma poi si evita di approfondirne le vicende, ridimensionando le peculiarità a servizio di un disegno generale intelligibile, ma categorico.

E’ immancabile nella biblioteca di un architetto, ma lo consiglio solo se ci si è già abbeverati ad altre fonti.

LEONARDO BENEVOLO – STORIA DELL’ARCHITETTURA MODERNA.

Valga, prima di ogni considerazione, una data: 1960, anno della prima pubblicazione del manuale di storia dell’architettura del Benevolo. Se pure implementato costantemente sino al 2009, e a prescindere dall’immensa statura intellettuale dell’autore, l’impostazione teorica è quella del materialismo storico. Ne consegue una lettura deduttiva, attenta al retroscena cultural-socio-economico-produttivo-tecnologico e non al fenomeno architettonico in sé: per intenderci mancano le descrizioni degli edifici e le vicende dei singoli architetti. In tal senso l’opera di Benevolo si colloca in continuità con la Storia dell’arte di Ernst Gombrich e la Storia sociale dell’arte di Arnold Hauser (a tal proposito è di sicura utilità consultare almeno quest’ultimo testo per calarsi nella temperie etico-teoretica del movimento moderno).

Come per il testo di Frampton, anche questo è immancabile per ogni studente, come affresco storico e come breviario di tutte le contingenze che hanno influenzato lo sviluppo dell’architettura, ma insopportabilmente incompleto sulla quiddità stessa della disciplina; in tal caso anche inappagante per chi fosse incline a sentire l’architettura come fenomeno carnale, materico e cinetico. Gli stessi motivi che rendono incompleta la Storia dell’architettura moderna, fanno desiderabile la Storia della città dello stesso autore, poiché nella città più che nell’opera dei singoli restano incarnate le dinamiche sociali, le emergenze storiche, le rivoluzioni e, in definitiva, il romanzo dell’umanità che Benevolo tanto bene sa scrivere.

BRUNO ZEVI – STORIA DELL’ARCHITETTURA MODERNA.

Diversamente dai primi due, Zevi non si cura di avere una visione completa e imparziale, né ne fa ammenda: è uno storico militante e appassionato, eccellente scrittore (il che potrebbe rendere lo studio molto più divertente e veloce, grazie ad una scrittura elegante, vigorosa, giovanile e non di rado mimetica con l’argomento trattato) e seducente propugnatore dell’architettura organica. Non attendetevi dunque di trovare tutti, o anche solo la maggioranza degli autori trattati a lezione (Louis Kahn, per esempio, viene snobbato, mentre Aldo Rossi non viene neppure citato!), né aspettatevi una visione eterodossa di quei grandi architetti (Le Corbusier, Mies Van Der Rohe, Aalto) che trovano negli altri testi una trattazione grossomodo convergente, ma proprio per questo a volte tiepida e accondiscendente. Zevi caratterizza calorosamente le figure dei pionieristi del moderno, con particolare attenzione per Gaudì, Horta, Van de Velde, Mackintosh: ciò per demistificare l’idea di età aurea del moderno (anni ’30), a favore di una visione anti-storicistica che rifiuta la banalità di leggere miglioramenti e peggioramenti nel corso della storia (abolendo l’egemonia degli stili, delle scuole e dell’Accademia).

La struttura del manuale è data da una divisione affatto originale: una prima parte tratta dell’evoluzione dell’architettura in Europa, la seconda della vicenda statunitense, e il discrimine non sembra arbitrario, poiché l’esperienza d’oltreoceano non nasce da una vera maturazione (a prescindere dalle influenze europee e dalle persistenze native, domina il mito wrightiano della prateria sconfinata e incontaminata).

L’entusiasmo di chi scrive verso questo autore è indubbio: pure non vi resta che provare a leggerlo per verificare quanto qui è stato detto. Non dimenticate tuttavia di non lasciarvi prendere dalla verve zeviana, coinvolgente ma a tratti burbera e polemica, specie in sede d’esame!

GIOVANNI FANELLI, ROBERTO GARGIANI – STORIA DELL’ARCHITETTURA CONTEMPORANEA. SPAZIO, STRUTTURA, INVOLUCRO.

Interessante l’approccio dei due autori italiani attenti al rapporto tra involucro-struttura e spazio (inedito sotto il profilo critico), ma di per sé manchevole sotto gli spetti emersi nei casi precedenti: l’architettura come fenomeno ideologico, economico, politico. Ne deriva una visione autoreferenziale della disciplina, da architetti piuttosto che da storici. Il che è proficuo nello studio di alcune figure che hanno elaborato soluzioni incardinate sul rapporto tra tecnologia ed estetica, tra forma e struttura, declinato che sia in maniera identitaria (la generazione dei modernisti degli anni ’30, la scuola della Bauhaus, l’International Style e l’Hi-tech) o conflittuale (i pionieri dell’Art Nouveau, i decostruttivisti, i postmodernisti), ma totalmente insignificante per gli apporti collaterali alla disciplina, quali quelli di natura sanguigna, intellettuale ed ipertestuale (per citarne alcuni: Wright, Eisenman, Sterling, Rossi, Zumthor etc…).

RENATO DE FUSCO – STORIA DELL’ARCHITETTURA CONTEMPORANEA.

Testo degli anni settanta, più volte rimaneggiato pur preservando un’elegante bipartizione tra visione di sintesi (i movimenti) e trattazione analitica dei singoli testi architettonici; fecondo per questo metodo di lavoro che consente di tenere d’occhio l’universale e il particolare insieme, ma ospita una casistica esigua, da integrarsi necessariamente a visioni di più ampio respiro bibliografico.

 SIGFRIED GIEDION – SPAZIO, TEMPO, ARCHITETTURA.

Un vispo militante, come Zevi, ma sul versante “opposto” del funzionalismo dei (primi) CIAM (ma sarà il caso di non limitarsi ad una visione chiaroscurale del rapporto tra architettura funzionalista ed organica). Più che un manuale è un vero manifesto redatto con spirito profetico: pregno di una visione orgogliosamente parziale, quanto mai engagé nel perorare una causa che poi il corso della storia ha messo in scacco, ma intelligentissimo nell’individuarne le radici storico-critiche. Leggetelo come il testo sacro di una religione che vi incuriosisce, ma che non condividete: vi darà più consapevolezza sull’esperienza urbatettonica degli anni ’30-40′-50′ di qualunque altro manuale, ma dovrete certamente integrarlo con visioni esterne e dunque più serene su quell’esperienza.

WILLIAM J. CURTIS – L’ARCHITETTURA MODERNA DAL ‘900.

Bel libro in quanto oggetto editoriale, ottimamente impaginato e con uno squisito apparato iconografico (che per un manuale di storia dell’architettura non è poco!): patinato insomma. Questa forma racchiude perfettamente un’impostazione teorica inadatta a evidenziare le frizioni di un momento storico che ha fatto del conflitto sociale la sua forza propulsiva, anche e soprattutto in architettura: si configura infatti come una summa ampia ed elegante, dal clima elegiaco, a tratti reperendo delicati dettagli artistico-formali che altri critici hanno trascurato, ma senza una lente intellettuale spessa come quella sottesa agli altri manuali. Non a caso manca una trattazione significativa delle origine politiche e polemiche del movimento moderno; sorvola altresì l’esperienza italiana e riduce l’impegno sociale e teorico dei protagonisti degli anni ’70.

MANFREDO TAFURI, FRANCESCO DAL CO – ARCHITETTURA CONTEMPORANEA

Manuale dalla scrittura complessa, quasi esoterica, consigliabile a chi avesse frequentazioni filosofiche degli anni ’70-’80. Agli antipodi del succitato testo del Curtis, reperisce incessantemente nei caratteri formali i dati ideologici, talora effettivamente compresenti alla creazione architettonica, talaltra evidentemente spuri. Disconosce apporti fondamentali, quando questi esulano dai canoni di un’ideologia criptica e ormai disillusa. Ci si può confrontare con questo testo solo dopo aver conosciuto l’architettura moderna senza gioghi ideologici.

 MARCO BIRAGHI – STORIA DELL’ARCHITETTURA CONTEMPORANEA I – II.

Dulcis in fundo. A dispetto del titolo si tratta di due tomi dal taglio completamente differente, ma complementari: il primo è una narrazione continua del fenomeno architettonico fino agli anni sessanta, il secondo una raccolta di saggi a 360 gradi sulla contemporaneità: distinzione intelligente, poiché risponde ad un effettivo mutamento della concezione di storia a cavallo del secolo scorso: dalla Storia come narrazione unitaria e sequenziale (tessuto di cause e conseguenze intelligibili) alla frantumazione del tempo nelle storie, irriducibili ad una visione d’insieme (la totalità delle cose non ne è più la somma). Finalmente un autore che ha introiettato il pensiero delle contemporaneità, e che dunque può spiegarcene più serenamente l’architettura: non a caso è l’unico che ha storicizzato gli anni ’90. La scrittura è elegante ma sempre scorrevole, enuclea una visione scevra di intellettualismi ma mai banale. Chi scrive spera che diventi un testo di riferimento.

Andrea Zangari

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