Mario Botta. Ogni architettura è una chiesa.


EdArchiBo è stata alla conferenza “Dove abitano le emozioni. Costruire la città” organizzata presso la cooperativa Ceramica di Imola il 16 febbraio 2012. Sono intervenuti Mario Botta e Paolo Crepet, coautori del libro che ha dato il nome all’evento, oltre ad Aldo Colonetti, direttore di Ottagono, ed i proff. Roberto di Giulio (Dipartimento di Architettura dell’Università di Ferrara) e Matteo Agnoletto (Dipartimento di Architettura e Pianificazione Territoriale dell’Università di Bologna). Prendendo a pretesto la conferenza, si considerano le salvifiche qualità dell’architettura bottiana.

Mario Botta è un un superbo equilibrista: le sue opere fluttuano in bilico tra il rispetto del luogo e il protagonismo delle forma, riuscendo, appese al filo invisibile della sapienza materica (di netta derivazione scarpiana) e della forza geometrica (di ascendenza kahniana), a non cadere da un lato o dall’altro. Dai lirismi delle ville del Canton Ticino al clamore verticalistico del grattacielo a Seoul, B. fornisce una risposta alla duplice esigenza che gli architetti devono fronteggiare: una, interiore, è la necessità di esprimesi (lasciare segni), l’altra, esistenziale, di trovare un linguaggio-lignaggio che non sia alieno al luogo in cui si è chiamati ad esprimersi, pena l’annacquamento dei significati nell’edonismo delle archistar, o l’auto-reclusione in sterili intellettualismi. Emblema-celebrazione dell’assurdo conciliarsi di due opposte tendenze è una delle più ardite operazioni dell’architetto ticinese, l’epifania borrominiana del San Carlino sul lago Ceresio, a Lugano, ove Botta pone in evidenza come le innovazioni del Borromini non fossero scevre del ricordo della sua terra natìa, incarnato nei saliscendi della volta che assecondano i declivi delle Alpi sullo sfondo. Qual è la ragione di questo confortante risultato lo spiega Botta stesso nel corso della conferenza e nell’omonimo libro:

“L’uomo non vive in maniera astratta, ma dentro un contesto e in un preciso tempo storico, per cui l’idea della casa deve portare con sé questi riferimenti”.

Se pure la compattezza risoluta e la forma anti-tradizionale delle opere del Nostro ne collochino la concezione ben al di fuori di ogni riprovevole revivalismo (l’idea che la casa appartenga ad un tempo preciso è fondamento dell’etica del modernismo), è la funzione che plasma ed articola gli spazi in risposta alle necessità di chi li vive, così delineandosi un nuovo umanesimo architettonico, dopo le ubriacature formalistiche degli anni ’70-’80. Eppure non si tratta del funzionalismo freddo e inappellabile dell’existenzminimum, bensì di una rinnovata attenzione per i valori spirituali dell’abitare:

“L’identità con il luogo è il punto di partenza. La casa si àncora alla terra che, in un certo senso, rappresenta l’utero della terra-madre […] La casa è un nesso che ci ricollega al passato […] Certo, intervengono anche gli aspetti funzionali ed esistenziali, il mangiare, il riposarsi, il dormire… questi aspetti sono importanti, ma non certo prioritari”.

In quanto nesso con il passato, la casa reca i segni tipologici dei suoi usi (per lo più rurali) di un tempo: il giardino, come impossessamento e ammansimento della natura a dimensione privata, il portico, come spazio di sosta e acclimatamento al rientro a casa, la scala come elemento d’ascensione fisica e spirituale al contempo. Elementi ricorrenti in ogni architettura domestica, ma che Botta rappresenta sistematicamente con segni astratti, descrizioni geometriche cariche dell’atavico mistero uterino, inverato didascalicamente da quella fenditura a “T” rovesciata che scarnifica i potenti setti murari in molte sue costruzioni (vedonsi al proposito la casa Medici a Stabio, o, a scala più ampia, le residenze in via Campari a Milano). Punto cruciale è la concezione di edificio come chiesa, che dal greco ekklesia indica una comunità vocata e identificata da un credo singolare, e perciò caratterizzata da un’esculsività: tale è la caratterizzazione dal primo gesto dell’architetto, ovvero il confinamento di uno spazio, la sua separazione dal contesto, il suo principium individuationis. 

Non a caso grande è l’interesse di Botta, specie a partire dagli anni ’90, per le chiese in senso stretto, ed altrettanto grandi sono i risultati: chiese che non solo accolgono adeguatamente le consuete funzioni liturgiche, ma che divengono edifici di culto a tutto tondo, in cui è possibile “pregare bene”, al di là del proprio credo. Magistrale, tra le altre, la chiesa di Santa Maria degli Angeli su un promontorio nei pressi di Lugano, segno astrale che modifica l’orizzonte montano nella tensione orizzontale del passaggio dalla strada all’edificio: arricchimento del genius loci, lungi dal timore di turbare il senso romantico del paesaggio alpino.

Solo quest’approccio profondamente umanista recupera l’emozione all’architettura, dal singolo edificio alla dimensione urbana: d’altro canto, spiega Botta, la differenza tra architettura e urbanistica è fittizia, la discrepanza tra le due venendo riassorbita in un mero fattore di scala. Così sono ancora valori materici e funzionali che predominano nella poetica urbana di Botta; anche la città, essendo la forma di aggregazione umana più sensibile, deve possedere i contenuti essenziali per la vita umana; al riguardo Botta e Crepet tentano di rispondere ad una domanda schietta e importante tanto più in un periodo, come quello attuale, di crisi dei valori fondativi della società contemporanea: “che cos’è l’essenziale per noi?”

Paolo Crepet dà una risposta chiara e precisa: le emozioni, appunto. Emozioni che, ancora a scala urbana, Botta traduce nella percezione della città come territorio della memoria, una città che comunica attraverso la suggestione e la memoria dei suoi spazi. Durante il dibattito l’architetto svizzero sottolinea come queste caratteristiche appartengano principalmente alla città europea, caratterizzata da una forte stratificazione storica, piuttosto che alla città americana o asiatica in cui la storia è implosa ed è stata distrutta. Sono queste orme e tracce di storia, tipiche dei centri europei, che costituiscono la forza identitaria della città e rendono conscio chi li abita di appartenere ad un’umanità che ha alle spalle un passato comune. Riconoscere l’ identità entro la quale siamo cresciuti è un primo segno per reagire allo smarrimento creato dalle recenti trasformazioni; è un modo per riconoscere un denominatore comune a partire dal quale agire: il passato come premessa dunque, e non come fine, a detrimento ancora una volta delle tesi che vedono nella riproposizione di tessuti antichi la via per l’urbanistica di domani. Così la memoria assume una connotazione unificatrice, capace di filtrare e redimere le contraddizioni e i conflitti propri della globalizzazione, un modo per superare i contrasti dentro un tessuto ricco di secoli. Da queste considerazioni Botta identifica la città come forza del collettivo, il cui senso risiede in particolar modo negli spazi che relazionano il costruito (strade, piazze, giardini, slarghi …), in cui si svolge il vero vivere collettivo, piuttosto che nel costruito stesso. Le emozioni, come abitano in architettura, devono abitare nei temi collettivi della città che rappresentano quelle costanti la cui necessità supera i bisogni individuali; emozioni che nelle opere di Botta derivano dalla volontà di rappresentare, in maniera contemporanea, valori primordiali. Lo stesso intento che guidava Le Corbusier con il quale collaborò nel 1965 per la realizzazione dell’Ospedale Nuovo di Venezia.

Andrea Zangari e Antonio Battilani

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